domenica 24 dicembre 2023

Natività del nostro Signore Gesù Cristo


Natività del nostro Signore Gesù Cristo
le origini storiche ed iconografiche 
                                                                    Yaryna Moroz Sarno 


     La miniatura dal Menologio di Basilio II della fine del X secolo (ca 985), 
Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Graec. 1613, fol. 278).


   "Mentre noi adoriamo la nascita del nostro Redentore, 
scopriamo che con essa celebriamo la nostra origine. 
Infatti, la nascita di Cristo è l'origine del popolo cristiano; 
il giorno natalizio del capo è anche il giorno natalizio del corpo"
  San Leone Magno 


   Il Natale è una solennità dedicata al Verbo di Dio incarnato. L'incarnazione del Figlio di Dio, l'apostolo Paolo chiama il grande mistero della pietà (1 Tm 3, 16). Il genere umano attraverso l'Incarnazione viene esaltato.
  Nell'omelia di San Leone Magno si affermava: "Oggi il Verbo di Dio è apparso rivestito di carne e, mentre mai era stato visibile a occhio umano, si è reso anche visibilmente palpabile. Oggi i pastori hanno appreso dalla voce degli angeli che era nato il Salvatore nella sostanza del nostro corpo e della nostra anima" (Sermo 26, In Nativitate Domini, 6, 1, PL 54,213). Leone Magno dichiarava: "La festa odierna ci rende attuali i sacri inizi della vita di Gesù nato da Maria Vergine, e mentre adoriamo la nascita del Salvatore nostro, ci troviamo a celebrare anche la nostra nascita. Poiché la nascita di Cristo segna l'origine del popolo cristiano, e il Natale del capo è il Natale del corpo" (Leone Magno, Tractatus XXVI, in CCSL 138, 2, 28-29).
   Nella stichera di Cosma di Mauma si canta: "Le forze angeliche sono venute oggi, a Betlemme, hanno preparato una mangiatoia, perché dal cielo discende la sapienza, il Verbo si è incarnato. Ascolta, o Chiesa, la voce di gioia alla Madre di Dio, lascia che il popolo gridi: Benedetta è la tua nascita, Dio, gloria a te". 
    Come dice il Vangelo di Luca, "In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto" (Lc 2, 1-6). 
   Prima di essere il luogo della nascita di Gesù, Betlemme è il luogo della nascita dell’ultimo dei Patriarchi, discendente di Giacobbe: Beniamino (Gn 35,16). Betlemme era anche la città del profeta Davide (1 Sm, 20, 6, 28) dove è nato, qui ha trascorso l’infanzia pascolando il gregge e dove riceverà l’unzione regale dalle mani del profeta Samuele. “E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Mt 2, 6), si proclama nel Vangelo in riferimento all'annuncio del profeta Michea (Mic 5, 1). 
   L'ikos composto da San Romano il Melode chiarisce: "Betlemme ha riaperto l'Eden, venite a vedere: nel nascondimento troviamo le delizie; venite, nella grotta riceviamo le gioie del paradiso. Là, è apparsa la radice da nessuno innaffiata da cui è fiorito il perdono. Là, si è rinvenuto il pozzo da nessuno scavato, dove un tempo Davide ebbe desiderio di bere. Là, una vergine, con il suo parto ha subito estinto la sete di Adamo e la sete di Davide. Affrettiamoci dunque verso quel luogo dove è nato, piccolo bambino, il Dio che è prima dei secoli" (Romano il Melode, Carme 10, Proemio 1, 2).
    In Betlemme (dall'ebraico "casa del pane") nasce "Pane vivo disceso dal cielo" (Gv 6, 41). Il legame tra il luogo del Natale e l'Eucarestia, descritto nelle opere dei Padri della Chiesa, è stato molto profondo. "Ti saluto, o casa del pane, nella quale è nato quel Pane disceso dal cielo", scrisse nell'Omelia 108 San Girolamo. "Pane del cielo", Gesù che nasce in una grotta è fonte di vita nell’Eucarestia. “Felice chi ha Betlemme nel suo cuore, nel cui cuore, cioè, Cristo nasce ogni giorno! Che significa del resto “Betlemme”? Casa del Pane. – Siamo anche noi una casa del pane, di quel pane che è disceso dal cielo”, commentando il Salmo 95, scrisse San Girolamo.  

Early Christian Nativity and Adoration of the three Magi (still with Phrygian caps) | da petrus.agricola

   Il Vangelo di Luca racconta: "Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà” (Lc 2, 7-14).
 
       Early christian Nativitity without Mary and Joseph [330-335] | da petrus.agricola
  Il dettaglio del sarcofago di Marcus Claudianus (330-335), Roma, Palazzo Massimo alle Terme

La Natività, frammento del coperchio di un sarcofago conservato presso il Museo Pio Cristiano, Vaticano
Il frammento del coperchio del sarcofago dell'ultimo terzo del IV sec., il Museo Pio Cristiano, Vaticano

   La consapevolezza della necessità di festeggiare la nascita del Redentore per rafforzare la fede nell'Incarnazione maturava con il tempo. La celebrazione della Natività di Cristo si svolgeva nei primi tre secoli insieme all'Epifania nelle Chiese di Gerusalemme, d'Antiochia, d'Alessandria e Cipro. In alcune Chiese orientali continuò la celebrazione della festa della Natività di Cristo unita al Battesimo (6 gennaio) sotto il nome di Teofania fino alla fine del IV secolo, in altre - fino al V o addirittura al VI secolo. La memoria dell'unità antica tra le feste della Natività di Cristo e della Teofania si vede anche oggi nella somiglianza dei tratti liturgici.
  Per la prima volta la festa della Natività di Cristo menzionava Sant'Ippolito di Roma (l'inizio del III secolo), nominando la lettura del Vangelo in questo giorno (Mt 1). Si riteneva che la più antica giustificazione della tradizione romana di celebrare il Natale il 25 dicembre è contenuta nel suo commento al profeta Daniele: "Poiché la prima apparizione di nostro Signore nella carne, quando nacque a Betlemme, avvenne l'ottavo giorno prima delle calende di gennaio (πρὸ ὀκτὼ καλανδῶν ἰανουαρίων), il mercoledì, il il quarantaduesimo anno del regno di Augusto, cinquemila da Adamo".
   La solennità della Natività di Cristo (in gr. Χριστούγεννα) festeggiata il 25 dicembre apparve nel calendario romano durante il pontificato di papa Giulio (337-352) e da Roma si diffusa nel mondo cristiano. Verso il 330 sull'iniziativa dell’imperatore Costantino I e di Sant'Elena si iniziò la costruzione della basilica della Natività, in seguito ricostruita sotto l'imperatore Giustiniano I (483–565)
   Nella 'Depositio Martyrum' è stata già scritta la festa del Natale che veniva celebrata il 25 dicembre del 336 a Roma. Il Cronologio Romano del 354 indica invicti "[giorno] natale dell'invincibile", VIII kalendas Ianuarii, la "nascita di Cristo a Betlemme di Giudea" (natus Christus in Betleem Judeae). Esiste l'omelia sul Natale  attribuita al papa Liberio (pontificato 352-366)    
   Secondo un altro punto di vista, la celebrazione della Natività di Cristo il 25 dicembre sarebbe stata istituita nelle Chiese nordafricane e romane prima del 311, anno di inizio dello scisma donatista, basandosi sulla testimonianza di Sant'Agostino. San Clemente Alessandrino indicava il 25 dicembre come la celebrazione della Natività di Cristo. 
  L'usanza di celebrare separatamente la Natività di Cristo dall'Epifania nel giorno del 25 dicembre si stabilì nella Chiesa orientale più tardi, verso la fine del IV secolo. Secondo alcuni storici, la celebrazione separata a Costantinopoli risale al 377 ed è collegata all'imperatore Arcadio. 
  Secondo l'opinione di altri, San Gregorio Nazianzeno inaugurò il festeggiamento della Natività del Signore nella piccola chiesa della Resurrezione a Costantinopoli. Dalle sue omelie si rivela che già nel 380 anche in Cappadocia si celebrava Natale il 25 dicembre. Nella sua omelia 38 San Gregorio Nazianzeno proclamava: "Questa è la nostra festa, questo noi oggi celebriamo: l’avvento di Dio presso gli uomini, affinché a nostra volta andiamo presso Dio, o, come è più giusto dire, risaliamo verso di Lui; affinché deponiamo l’uomo vecchio e indossiamo il nuovo, e come tutti siamo morti in Adamo, così viviamo in Cristo, nascendo ed essendo crocifissi ed essendo sepolti e risuscitando insieme con Lui" (Oraz. 38, 4.7.17, PG 36).
    San Giovanni Crisostomo verso il 386 introduceva in Antiochia la festa del Natale "tra tutte le feste la più venerata e la più sacra, che potrebbe chiamarsi senza tema d'errare il centro di tutte le feste" (Omelia del 26 dicembre 386, PG 48, 752), che tra il 398 e il 402 giunse anche a Costantinopoli. L'imperatore bizantino Giustiniano, che nella metà del VI secolo costruì sulle fondamenta dell'antica basilica costantiniana della Natività (330) l'edificio attuale, proclamò il Natale il 25 dicembre festività civile.    
   Nella Chiesa di Antiochia la solennità della Natività separata fu istituita non prima del 376-377, nella Chiesa di Costantinopoli alla fine degli anni 370, in seguito nelle chiese dell'Asia Minore. Successivamente tra il 418 e il 432 la celebrazione del 25 dicembre fu istituita ad Alessandria. San Cirillo d'Alessandria poco prima del Concilio di Efeso introdusse la festa della Natività ad Alessandria. Paolo, vescovo di Emesa, predicò nella festa della Natività di Cristo il 25 dicembre 432, nella Chiesa Grande, parlando sulla nascita dell'Emmanuele, "appassionato secondo la divinità, sofferente secondo l'umanità".
  In Oriente i primi sermoni natalizi sono dei Santi Padri Cappadoci del IV secolo. San Basilio Magno lasciò l'omelia dedicata al Natale (Bas. M. Homilia in Sanctam Christi generationem, PG 31, 1457C-1476A). Asterio di Amasia nel sua predicazione chiama la festa della Natività di Cristo "Teofania nella carne" (
Asterius Amasenus, Homilies IV, Adversus kalendarum festum, PG 40, 217 C).
   I canti liturgici per il Natale sono stati composti in tempi diversi: il troparion, l'ikos e il kontakion sono scritti da Romano il Melode nel VI secolo, il canone da Giovanni Damasceno (VIII secolo), il secondo canone - dal monaco Cosma di Maium (VIII secolo), le stychere da Anatolio, Patriarca di Costantinopoli (V secolo), Sofronio e Andrea di Gerusalemme (VII secolo), dal patriarca di Costantinopoli Germano (VIII secolo).
  Per lo sviluppo della rappresentazione della Natività è fondamentale l’istituzione della festività del Natale con i riti solennizzati stabilita dal papa Liberio a partire dal 354 (l'anno della consacrazione dell'antica basilica di Santa Maria Maggiore a Roma che inizialmente veniva chiamata ‘Santa Maria ad Praesepem’ perché la primitiva basilica aveva una ‘Grotta della Natività’ identica a quella di Betlemme, dove si collocava inizialmente la reliquia della mangiatoia). 
    A seguito del concilio di Efeso del 431 dove è stata proclamata la maternità divina della Vergine Maria si canonizza la rappresentazione della natività. La raffigurazione della Madre di Dio divenne stabile nella scena della nascita del Signore, spesso rappresentata a riposo accanto al Bambino. A partire dal VI secolo la Vergine divenne il punto focale della scena. La figura di Giuseppe seduto su un masso, che soppianta il pastore/ profeta compare dal V secolo. Egli si raffigurava di solito sul lato opposto alla Vergine.
   L'iconografia della Natività è basata principalmente sui Vangeli di Matteo (2, 1-12) e Luca (2, 1-20), ma sono importanti anche gli apocrifi (in particolare il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dello Pseudo -Tommaso, il Vangelo di Pseudo-Matteo, Vangelo siriaco dell'infanzia). Nel Vangelo di Pseudo-Matteo il mistero dell'Incarnazione e della nascita di Gesù si presenta così: "La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. Qui generò un maschio, circondata dagli angeli mentre nasceva. Quando nacque stette ritto sui suoi piedi, ed essi lo adorarono dicendo: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà... Sul neonato non vi è alcuna macchia di sangue e la partoriente non
 ha sentito dolore alcuno. Ha concepito vergine, vergine ha generato e vergine è rimasta". Il Protovangelo di Giacomo (19, 2) sulla nascita di Gesù racconta: "Ed ecco che una nube luminosa copriva la spelonca... Improvvisamente la nube si ritraeva dalla grotta e luce apparve là tanto forte che gli occhi non la sopportavano. Poco dopo quella luce cominciò a dileguarsi finché apparve il bambino, il quale si volse per prendere il seno di sua madre, Maria". Il Natale come l'evento della luce luminosa che splende sulla terra lo descrivono anche gli altri apocrifi: Vangelo arabo dell'Infanzia (3, 1) e Vangelo armeno dell'Infanzia (9, 2. 4).
   La più antica raffigurazione della Natività di Gesù Cristo si conserva nell'affresco delle Catacombe di Priscilla (III - IV secolo) con la Vergine seduta con il Bambino in braccio. Il profeta che le è accanto indica la stella evocando l'oracolo messianico del profeta Barlaam (Nm 24, 17). 
   
fig. 1
L'affresco delle Catacombe di Priscilla, III secolo

  Le antiche rappresentazioni sui sarcofagi risalgono al secolo IV (sarcofagi del Museo Lateranense a Roma). Sul coperchio del sarcofago 320 ca il Bambino nelle fasce raffigurato nella mangiatoia, affiancato dal bue e l'asino. 
  Al periodo paleocristiano risalgono le immagini più semplici (per esempio, sul sarcofago della chiesa di Sant'Ambrogio a Milano). Nelle catacombe di San Sebastiano, nel presepe la Madre di Dio è rappresentata seduta accanto al Bambino. Su tutti i monumenti paleocristiani, la Madre di Dio era sempre raffigurata seduta, ciò significa il parto senza dolore, come si sottolineava anche negli scritti di San Andrea di Creta, Giovanni di Damasco, Giovanni Crisostomo, e più tardi di Dmytro Tuptalo.
  Lo schema semplice di una grotta o di una capanna con il Bambino sulla paglia al centro fra il bue e l’asinello ha riferimenti all’Antico Testamento e rappresentano il popolo ebreo (bue) e i pagani (asinello). Come è scritto nel profeta Isaia: "Un bue riconosce il suo proprietario e un asino la greppia del suo padrone" (Is 1, 3). Questo brano si interpreta come la profezia del nuovo popolo di Dio che riconosce la voce del Signore ed unisce i giudei con i pagani. I teologi cristiani dei primi secoli, per esempio Sant'Agostino e Sant'Ambrogio, consideravano il bue come un simbolo del popolo ebraico, oppresso dalla Legge, l'asino come i popoli pagani sotto il peccato dell’idolatria. Gesù Cristo giunse per entrambi a liberarli. Gregorio di Nissa (335-  394) nel Sermone del Natale di Cristo spiegava, che il bue come animale da tiro, simboleggiava gli ebrei che tirano il giogo della Legge (At 15, 10; Gal 5, 1), l'asino come animale da soma, rappresentava i gentili sotto il peso del paganesimo.
    Nella profezia del profeta Abacuc, secondo la Versione greca dei LXX, si dice: "Il Signore sarà riconosciuto in mezzo a due animali" (Ab 3, 2: dal gr. ἐν μέσῳ δύο ζῴων letteralmente "in mezzo
 a due animali"), che il latino nel Vangelo dello Pseudo-Matteo è stato tradotto "in medium duorum animalium". L'apocrifo Vangelo dello Pseudo-Matteo narra: "La beatissima Maria uscì dalla grotta e, entrata in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, e il bue e l'asino l'adorarono" (14, 1). Gregorio Nazianzeno (m. 390) scrisse: "adora la mangiatoia, per mezzo della quale tu, che eri privo di parola (alogos), fosti nutrito dalla Parola (Logos). Conosci, come il bue, Colui che è il tuo padrone" (Discorso 38, 17). 
  Dal IV secolo il Salvatore si rappresentava tra due animali (per esempio, sul sarcofago di Adelfia (Sicilia, IV secolo), di Arles (cosiddetto sarcofago della natività), del IV secolo, sulla lapide del loculo di Severa, 330 ca), sul sarcofago del Museo Lateranense, sul sarcofago rinvenuto sull'antica via Appia di Roma, sul famoso sarcofago del sovrano Stilicone, sulla custodia del Vangelo di Milano del VI secolo, ecc., sugli affreschi paleocristiani. 


 
  Madonna con bambino e due Magi
Roma, catacomba dei Ss. Pietro e Marcellino.

   Verso la metà del II secolo si attesta la tradizione orientale della nascita del Signore nella grotta. Le parole di Isaia "Abiterà in una grotta alta di pietra dura" (Is 33, 16) sono state applicate alla nascita di Cristo. L'apologista
San Giustino Martire, vissuto nel II secolo, fu il primo a menzionare la nascita del Salvatore in una grotta, e già ai tempi di Origene mostravano la grotta in cui nacque il Salvatore. Dopo la fine della persecuzione dei cristiani, l'imperatore Costantino il Grande costruì un tempio su questa grotta, di cui scrisse l'antico storico Eusebio. Questa grotta, secondo molti autori, si trovava nella montagna, che iniziò a correlarsi con la stessa Madre di Dio, e la grotta - con il suo grembo, il ricettacolo del Dio Incontenibile. Secondo un'altra interpretazione, la grotta è intesa come un luogo oscuro, ovvero un mondo caduto, in cui splendeva il Sole della verità, Gesù Cristo.
   Nel Protovangelo di Giacomo si legge: "Giuseppe trovò una grotta e vi condusse dentro Maria" (18, 1). Anche il Vangelo dello Pseudo-Matteo (13, 2) scrive di una grotta. Era stato affermato da Origene che era possibile visitare la grotta sulla quale Sant'Elena costruì la basilica chiamata da San Girolamo Ecclesia Speculae Salvatoris. 
  Nell'arte, influenzata dagli apocrifi, apparve la raffigurazione della Natività di Cristo in una grotta che risale al V-VI secolo. Nella composizione centrale di una delle ampolle di Monza sullo sfondo sono visibili la grotta e la stella al centro in alto. Giuseppe pensieroso è seduto vicino alla mangiatoia, la Madre di Dio con il nimbo e stesa. Da allora Madonna è stata sempre raffigurata con un'aureola. Nelle icone si rappresenta la grotta come voragine nera che potrebbe simbolizzare gli Inferi ed alludere la voragine nell'icona della Risurrezione (nella variante "La Discesa negli Inferi"). 
  La raffigurazione della Natività in avorio intagliato la troviamo sul trono dell'arcivescovo di Ravenna della metà del VI secolo Massimiano. Il Bambino giace su un giaciglio di pietra, accanto vediamo San Giuseppe, un bue ed asino. Davanti  vediamo la scena con la Madre di Dio adagiata al letto, alla quale si rivolge una donna mostrando la mano destra. La trama risale al Protovangelo di Giacomo (capitolo 20), che racconta di Salome, che dubitava della purezza della Madre di Dio. Dopodiché, la mano con cui toccava la Beata Vergine si è seccata. La levatrice, che secondo il Libro dell'Infanzia si chiamava Eva, e la donna aiutante, che secondo il Protovangelo di Giacomo si chiamava Salome. A lei l'angelo disse: "Avvicinati, prendi il Bambino ed Egli sarà la tua salvezza". Fiduciosa Salome si accostò al Bambino e lo prese in braccio dicendo tra di sé: "Lo adorerò perché questo è il re nato ad Israele". 
    La scena è presente anche nell'oratorio del papa Giovanni VII a Roma eseguita a cavallo del VII-VIII secolo. Nella scena del bagno del Bambino sottolinea l'umanità del Cristo. Questo particolare dell'iconografia della Natività divenne poi permanente. 

Reliquiario dipinto del Sancto Sanctorum a Laterano, VI secolo, Musei Vaticani 
  
    La Vergine che partorisce il Suo Figlio (come profetizzava Isaia: "Un bambino è nato per noi, c’è stato dato un figlio" (Is 9, 5)) è raffigurata distesa dentro la grotta. Il Bambino è posto in una mangiatoia (secondo Lc 2, 12: "un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia". Alla sinistra nelle icone medievale è talvolta rappresentato San Giuseppe immerso in una meditazione profonda. Accanto a San Giuseppe appare molto spesso l'arboscello. La figura umana vicino a Giuseppe si spiega in diversi modi: come una persona che è venuta a congratularsi con Giuseppe per la nascita del Bambino, invece, secondo gli apocrifi, uno che tenta Giuseppe.  
   In alto, come un riflesso della Maestà divina, si raffiguravano gli angeli con la scritta: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà" (Lc 2, 14). Come si canta anche durante la Divina Liturgia: "Il cielo e la terra, in questo giorno, si rallegrano profeticamente. Angeli e uomini, esultiamo!" 
  L'unico evangelista Luca raccontano questo fenomeno, chiarendo che un angelo apparve alla nascita di Cristo per annunciare questo evento ai pastori di Betlemme. 
   Sui sarcofagi iniziano a comparire le figure dei pastori o dei profeti con il rotolo di pergamena. Il numero dei pastori inchinati che vennero dal Bambino è variabile. Dall'XI secolo sono note le rappresentazioni dei pastori-musicisti. All'XI secolo risale la figura di una pastorella che gioisce per l'evento e suona il corno. L'elemento iconografico è direttamente correlato con l'Ufficio dei vespri per la Natività del Signore: "Nel Signore Gesù, nato dalla Santa Vergine, ogni cosa è stata illuminata: un pastore che suonava e un mago che si inchinava, un angelo che cantava ..." Nell'inno del mattutino della vigilia si canta: "Interrompendo il suono dei flauti pastorali, la milizia celeste gridava: ... Lodate, cantando inni, colui che è nato, il Cristo Signore". 
    L'immagine degli angeli nella parte superiore delle icone si è diffusa dall'VIII al IX secolo, e nei secoli successivi il loro numero è costantemente aumentato - se all'inizio erano raffigurate due o tre figure, che glorificano il Signore, con il tempo vediamo sempre più numerose. 
   La nascita del Salvatore è stata accompagnata e annunciata dall'apparizione di una stella nel cielo (Mt 2, 2-10). Nella stella si realizzava la profezia di Barlaam nell'Antico Testamento: "Una stella sorge da Giacobbe e uno scettro si alza da Israele" (Nm 24, 17), che nella tradizione giudaica è stata interpretata come l'annuncio del Re dei giudei, il Messia, promesso dal profeta Davide, nell'esegesi cristiana - il segno visibile dell'arrivo del Salvatore. 
   La stella è stata profetata da Isaia: "Sorgi! Sii raggiante perché la tua luce viene e per te spunta la gloria del Signore. Mentre le tenebre avvolgono la terra e l'oscurità si stende sui popoli, ecco su di te si leva il Signore e la sua gloria su di te si rivela. Le nazioni cammineranno alla tua luce ed i re allo splendore della tua aurora. Guarda, da tutte le parti si adunano e vengono a te, tu chiami i figli che giungono da lontano" (Is 60, 1-4). Come spiega il Vangelo dell’infanzia arabo siriano (cap. VII): "apparve loro un angelo, sotto forma di quella stella che prima era stata la loro guida nel viaggio". La maggior parte dei Padri della Chiesa riguardo era dell'opinione che stella fosse stata creata da Dio al momento della nascita del Salvatore (Ignazio il portatore di Dio, Origene, Eusebio). Secondo Eusebio di Cesarea, la stella è simbolo della luce, significa l'unica vera luce che illumina il mondo - il Cristo. Per Giustino la stella di Betlemme è il mezzo per raggiungere la conoscenza del sole della verità, l'indice della venuta del Signore.  
   San Giovanni Crisostomo pensava che fosse un angelo in forma di stella. Per San Giovanni Crisostomo la stella non era solo un fenomeno fisico, ma un "potere angelico" intelligente. San Giovanni Crisostomo spiegava così: "Che questa stella non fosse una delle tante, anzi non fosse nemmeno una stella, a mio parere, ma una potenza invisibile trasformata in questo aspetto, è evidente innanzitutto dal suo percorso." (Omelia sul Vangelo di  Matteo 6, 2. 4). Nel Vangelo dell'Infanzia la stella identificata con un angelo: "Nella stella ora apparve loro un angelo: aveva la forma della stella che li aveva dianzi guidati. Diretti da questa luce, partirono di là è camminarono finché giunsero alla loro terra".   
   L'arcivescovo Teofilatto di Ocrida (1109 ca) scriveva: "Sentendo parlare di una stella, non pensare che fosse una di quelle che vediamo: no, era una potenza divina e angelica apparsa sotto forma di stella. Poiché i maghi erano impegnati nella scienza delle stelle, il Signore li ha guidati con questo, per loro un segno familiare, proprio come Pietro il pescatore, sorprendente con molti pesci, attratto da Cristo. E che la stella fosse il potere di un angelo, è evidente dal fatto che brillava luminosa durante il giorno, camminava quando camminavano i Magi, brillava quando non camminavano; soprattutto dal fatto che andava dal nord, dove la Persia, al sud, dove Gerusalemme: ma le stelle non vanno mai dal nord al sud".
   La composizione principale della Natività (l'immagine del Bambino fasciato in una mangiatoia in una grotta, gli animali nella mangiatoia, la Madre di Dio e Giuseppe seduto) è stata completata da l'immagine degli angeli che lodano il Signore, la scena dell'Annunciazione ai pastori, scene del viaggio e dell'adorazione dei Magi e del lavaggio del Bambino. 


 
    Le ampolle di Monza del VI sec. con la Vergine col Bambino al centro, 
a destra e a sinistra sono raffigurati l’annuncio ai pastori e l’adorazione dei Magi.

 
Mosaico "L'Adorazione dei Magi", Ravenna, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo.
     
    La rappresentazione del cammino verso Betlemme dei Magi e dell'Adorazione del Bambino la troviamo nei versi del Vangelo di Matteo (Mt 2, 1-12). I primi cristiani si identificarono con i Magi - che manifestavano l'universalità della salvezza per tutte le genti - e questo spinse la diffusione delle immagini dell'Adorazione sin dalla nascita dell'arte cristiana (le raffigurazioni sulla lastra funeraria di Severa (la seconda metà del III secolo), nella catacomba dei Santi Pietro e Marcellino di Roma; nel fronte di un sarcofago (la prima metà del IV secolo), del Museo Pio Cristiano della Città del Vaticano; nel coperchio del sarcofago (la prima metà del IV secolo) di San Paolo fuori le mura; nel IV secolo, nel sarcofago del Museo Ambrosiano di Milano, nel sarcofago di Stilicone della basilica di Sant'Ambrogio di Milano, nel sarcofago di Adelfia del Museo arcivescovile di Siracusa). La scena dell'Adorazione dei Magi si aggiunge nelle icone della Natività di Cristo.
   Come l'Adorazione dei Magi è interpretato il passo della profezia di Isaia: "Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa..." (Is 60, 6). Nel Salmo (71, 10) si dice: "I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi". Nel Protovangelo di Giacomo (II secolo) leggiamo (21, 1-4): "[I Magi] dicevano, Dov’è nato il re dei giudei? Abbiamo visto la sua stella nell’Oriente e siamo venuti ad adorarlo....[Erode] interrogò i Magi, dicendo, Quale segno avete visto a proposito del re che è nato? I Magi risposero: "Abbiamo visto una stella grandissima che splendeva tra queste stelle e le oscurava, tanto che le stelle non apparivano più. E così abbiamo conosciuto che era nato un re a Israele... Ed ecco che la stella che avevano visto nell'oriente li precedeva fino a che giunsero alla grotta, e si arrestò in cima alla grotta. I magi, visto il bambino con Maria sua madre, trassero fuori dei doni dalla loro bisaccia: oro, incenso e mirra". 
   
 
Menologio di Basilio II della fine del X secolo, 
la Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Graec. 1613)

Αντώνιος    Παρασκευόπουλος: Ο Χριστός ἦρθε στή Γῆ γιά νά μᾶς Χαρίσει τήν Εἰρήν...
 La miniatura bizantina, 1120-1130

Icona del XII secolo, Sinai, Monastero di Santa Caterina

 Mosaico della Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo (1143)

   Nell'iconografia ucraina il motivo della nascita del Signore è conosciuto attraverso gli affreschi dal XII secolo (nella chiesa di San Cirillo d'Alessandria a Kyiv, nella chiesa di Goriany del XIII secolo), i codici medievali (il Salterio di Gertrude e il Salterio di Kyiv del 1397) e le numerose icone della devozione popolare proveniente dalle diverse parti dell'Ucraina.

La miniatura dell'XI secolo eseguita a Kyiv, codice di Gertrude, moglie di Iziaslav I, 
gran principe di Kyiv (1054-1078), 
Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, codice CXXXVI, fol. 9 v


L'affresco del XII secolo nella chiesa di San Cirillo d'Alessandria a Kyiv

L'adorazione del Signore, l'affresco nel villaggio Goriany, XIII secolo 

La miniatura del Salterio di Kyiv dell'anno 1397

 
La miniatura del Salterio di Kyiv dell'anno 1397

L'icona ucraina del XVI secolo, villaggio Poliana, Museo Nazionale a Cracovia 

Oggi la Vergine dà alla luce il Sovraessenziale,
e la terra offre una grotta all’Inaccessibile:
gli angeli e i pastori cantano la sua gloria,
i magi camminano seguendo la stella,
perché bambino è nato per noi il Dio che precede tutti i secoli

Kontakion di Romano il Melode


L'icona ucraina del XVI secolo, villaggio Vilce, Museo Nazionale a Leopoli 

L'icona ucraina del XVI secolo

La natività, 1580, Lopushanka-Khomyna, Museo Nazionale a Leopoli 

Natività, la fine del XVI secolo, Kalush, Museo Nazionale delle Arti di Ucraina, Kyiv   

L'Adorazione dei Magi, la metà del XVI secolo, il villaggio Busovysko.

"La Natività di Cristo con le scene della vita della Vergine Maria" 
la metà del XVI secolo, villaggio Trushevychi, Staryj Sambir, regione di Leopoli, 
Museo Nazionale a Leopoli 

Ivan Rutkovyc, frammento dell'iconostasi di Zhovkva, XVII secolo, Museo Nazionale a Leopoli 

La parte dell'iconostasi del XVII secolo della chiesa di Santa Paraskeva a Leopoli 

"Natale e infanzia di Cristo" della fine del XVII - l'inizio del XVIII secolo, villaggio Torky, 
Museo Nazionale a Leopoli 
Ivan Rutkovych, l'icona della fine del XVII - l'inizio del XVIII secolo, 
Museo Nazionale a Leopoli  

L'icona ucraina del XVII secolo, villaggio di Glomcha (adesso Polonia)

"L'Adorazione dei Magi" di Chlomchi, la seconda metà del XVII secolo.

L'icona della prima metà del XVII secolo, Skvariava Nova, scuola leopolitana, 
Museo Nazionale a Leopoli 

 
Maestro Fedir Sen'kovyc, frammento dell'iconostasi di Velyki Grybovyci, 1628 ca

La pittura murale del XVIII secolo nella chiesa del villaggio Vyslobodky, regione di Leopoli  

Yov Kondzelevych, l'icona dell'iconostasi della chiesa dell'Esaltazione della Santa Croce 
del monastero di  Skyt Maniavsky, 1698-1705, Museo Nazionale a Leopoli

L'icona dall'iconostasi della chiesa dell'Assunzione della Vergine Maria 
presso monastero delle Grotte a Kyiv, 1729

Il frammento dell'iconostasi di Zhovkva, XVIII secolo 

Modest Sosenko, Natale

Ivan Izakevych, L'affresco della chiesa del monastero delle Grotte a Kyiv


                                                                 Troparion, voce 4:
La Tua nascita, o Cristo nostro Dio, illuminò il mondo con la luce della sapienza: 
perché le persone che seguivano le stelle, per mezzo della stella, 
hanno imparato ad adorare Te, Sole di giustizia, e a conoscere Te, Oriente, 
che dall'alto sorge; 
O Signore, gloria a Te.

Kontakion di Romano il Melode, voce 3:
Oggi la Vergine partorisce 
Colui che è al di sopra di tutto ciò che esiste, 
e la terra porta la grotta all'Inaccessibile; 
Gli angeli glorificano con i pastori, mentre i Magi viaggiano dietro la stella, 
perché per noi è nato il Bambino, l'Eterno Dio.


L'icona di Jiulian Bucmaniuk (1885-1967)





Leo Mol, le vetrate della cattedrale ucraina di Santi Volodynyr e Olga a Winnipeg

L'icona di Petro Kholodnyj, giovane 

L'icona di Petro Kholodnyj jr, 1985

L'icona di Ostap Lozynskyj (1983-2022)

* * *
M. E. GARCIA BARRACO, ed., Praesepium. La natività e l’Adorazione dei Magi nell’arte paleocristiana, Roma 2016

Le immagini delle icone ucraine sono tratte da: 
Різдво Христове - ICON.ORG.UA
http://www.librideipatriarchi.it/salterio-di-egberto-codex-gertrudianus/

Gonfalone del 1858, villaggio Nyrkiv, provincia di Zalizhyky


L'articolo ripubblicato e aggiornato.
La prima pubblicazione del 7 gennaio 2020



Grafica di Myron Levyckyj 





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