venerdì 17 aprile 2020

"Oggi il Signore Gesù è sulla croce..", di San Giovanni Crisostomo



L'icona ucraina della fine del XV secolo, villaggio Borsczevychi, 
Museo Nazionale a Leopoli 


LA CROCE DI CRISTO

San Giovanni Crisostomo

   Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell'odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
   Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d'acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l'iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
   Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa:
Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito... ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Coro 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c'è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L'altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito...
   Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l'offerta è stata fatta per tutta la terra.
Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l'odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l'universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l'universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell'interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa. 

Tratto da: Eis ton stauron kai eis ton lesten,  Omelia 1  (PG. 49, 399-401).

giovedì 16 aprile 2020

P. Manuel Nin, La crocefissione e la risurrezione del Signore negli inni di sant’Efrem il Siro





Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia…


Efrem il Siro (+373) nella sua abbondante innografia sulla Crocifissione e sulla Risurrezione di Cristo canta il mistero della nostra salvezza in tutta la bellezza della sua poesia e con la profondità della sua teologia. Del poeta siriaco abbiamo una collezione di inni pasquali che trattano tre aspetti particolari: gli azzimi -21 inni-, la crocifissione -9 inni- e la risurrezione -5 inni. Nell’inno VIII sulla crocifissione Efrem contempla lungo sedici strofe i luoghi e gli strumenti legati alla passione di Cristo, e come in altri dei suoi inni inizia ogni strofa con l’acclamazione “beato” indirizzata a ognuno di questi luoghi e strumenti. Il giardino del Getsemani è messo in parallelo col giardino dell'Eden, il luogo che vide la lotta ed il sudore di Adamo accoglie come profumo il sudore di Cristo: “Beato sei tu, luogo, che fosti degno di quel sudore del Figlio che su di te cadde. Alla terra mescolò il suo sudore per allontanare il sudore di Adamo… Beata la terra, che egli profumò con il suo sudore e che malata fu guarita”. L’Eden è anche presentato da Efrem come il luogo della volontà divisa di Adamo tra il precetto di Dio e l’astuzia del serpente, e che in Getsemani diventa per mezzo dello stesso Cristo il luogo dell'accoglienza e l’unità nella volontà del Padre: “Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso era divisa la volontà di Adamo verso il suo creatore… Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino e disse: «Non la mia ma la tua volontà!»”. Efrem dichiara pure beato il luogo del Golgota perché nella sua piccolezza accoglie il mistero della passione di Cristo: la riconciliazione con Dio, il saldo del debito ed il luogo da dove il buon ladrone parte per aprire ai redenti l’Eden. L’innografo si serve, come è abituale in lui, del contrasto tra i due luoghi: il cielo, luogo grande del Dio nascosto, ed il Golgota, piccolo luogo del Dio manifesto: “Beato sei anche tu, o Golgota! Il cielo ha invidiato la tua piccolezza. Non quando il Signore se ne stava lassù nel cielo avvenne la riconciliazione. È su di te che fu saldato il nostro debito. È partendo da te che il ladrone aprì l’Eden… Colui che fu ucciso su di te mi ha salvato”. Anche il buon ladrone è da Efrem dichiarato beato perché è condotto nel paradiso dal Signore stesso; la sua morte è incontro con Colui che è la Vita. Inoltre è molto bella l’immagine, sempre presentata per via di contrasto, che Efrem propone tra coloro che tradirono (Giuda), che negarono (Pietro), e che fuggirono (i discepoli), e colui che dall’alto della croce (il ladrone) lo annunzia, come se Efrem volesse sottolineare che lì nella croce il ladrone diventa apostolo: “Beato anche tu, ladrone, perché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato… Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell’Eden… Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero: tu però lo hai annunziato”. Nello stesso inno Efrem, come farà anche nel suo commento al Vangelo, accosta per omonimia i diversi personaggi; nel nostro testo Giuseppe di Arimatea viene messo in parallelo a Giuseppe sposo di Maria. Il ruolo di costui nell’accogliere il Bambino neonato, nel fasciarlo, nel vederlo schiudere gli occhi, diventa in qualche modo il ruolo dell'altro Giuseppe verso Cristo calato dalla croce: “Beato sei tu, che hai lo stesso nome di Giuseppe il giusto, perché avvolgesti e seppellisti il Vivente defunto; chiudesti gli occhi al Vigilante addormentato che si addormentò e spogliò lo sheol”. Efrem canta beato anche il sepolcro, paragonato e a un grembo che rinchiude per sempre la morte, e all’Eden diventato sepolcro di Adamo, da dove egli stesso verrà redento da Cristo: “Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via… Il sepolcro e il giardino sono simbolo dell'Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile… Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino”. Infine tre città sono dichiarate beate da Efrem, città che furono testimoni di tutto il mistero della redenzione: “Beate voi tre, senza invidia: del Terzo del Padre voi foste degne. La sua nascita a Betlemme, la sua abitazione a Nazaret, e a Betania poi la sua ascensione”. Il primo inno sulla Risurrezione è un canto al mistero della salvezza adoperato in Cristo, dalla sua incarnazione nel grembo di Maria, alla sua passione, morte e risurrezione. Per Efrem il Figlio di Dio incarnandosi diventa a pieno titolo il buon pastore che esce alla ricerca della pecora smarrita: “Volò e discese quel Pastore di tutti: cercò Adamo pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì…”. Efrem si serve dell'immagine del grembo e accosta quello del Padre e quello di Maria e come conseguenza anche quello dei credenti, gravidi della presenza in loro del Verbo di Dio: “Il Verbo del Padre venne dal suo grembo e rivestì il corpo in un altro grembo. Da grembo a grembo egli procedette e i grembi casti furono ripieni di lui. Benedetto colui che prese dimora in noi!”. Efrem sottolinea fortemente lungo tutto l’inno il rapporto stretto di tutto il mistero della salvezza che si realizza in Cristo, dalla sua esistenza eterna nel seno del Padre alla sua risurrezione e ascensione in cielo: “Dall’alto fluì come fiume e da Maria come una radice. Dal legno discese come frutto e salì al cielo come primizia… Dall’alto discese come Signore e dal ventre uscì come servo. Si inginocchiò la morte davanti a lui nello sheol e alla sua risurrezione la vita lo adorò…”. Ancora con altre immagini molto semplici e allo stesso tempo belle e profonde Efrem canta tutto il mistero della redenzione: “Maria lo portò come neonato. Il sacerdote lo portò come offerta. La croce lo portò come ucciso. Il cielo lo portò come Dio. Gloria al Padre suo!”. L’incarnazione di Cristo, sempre in questo stesso inno, Efrem la contempla ancora come l’avvicinarsi, il farsi prossimo di Cristo verso l’umanità debole e malata: “Gli impuri non aborrì e i peccatori non schivò. Degli innocenti gioì molto e molto desiderò i semplici… Dai malati non vennero meno i suoi piedi né le sue parole dagli ignoranti. Si protese la sua discesa verso i terrestri e la sua ascesa verso i celesti…”. Tutta la redenzione adoperata da Cristo Efrem la vede nella chiave del suo farsi vicino, del suo svuotarsi per sollevare e portare tutti gli uomini alla sua gloria divina: “Nel fiume lo annoverarono tra i battezzandi, e nel mare lo contarono tra i dormienti. Sul legno come ucciso e nel sepolcro come un cadavere… Chi per noi, Signore, come te? 

http://collegiogreco.blogspot.com/2011/04/la-crocefissione-e-la-risurrezione-del.html





Il Grande che si fece  piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re disprezzato per dare a tutti onore…”

IL PANE E IL VINO DELLA NUOVA ALLEANZA, San Cirillo di Gerusalemme








IL PANE E IL VINO DELLA NUOVA ALLEANZA

  San Cirillo di Gerusalemme

  
   Se, dunque, egli stesso, parlando del pane, ha apertamente dichiarato: Questo è il mio corpo, chi oserà d'ora in avanti dubitare? E se egli stesso a questo punto dice in tono affermativo: Questo è il mio sangue, chi potrà avere ancora delle esitazioni o dirà che quello non è il suo sangue?...
    E' dunque con certezza piena che noi partecipiamo in tal modo del corpo e del sangue di Cristo. Infatti, sotto forma di pane ti viene dato il corpo, e sotto forma di vino ti viene dato il sangue, affinché tu divenga, partecipando del corpo e del sangue di Cristo, un solo corpo ed un solo sangue con lui. In questo modo, noi diventiamo portatori di Cristo, in quanto il suo corpo ed il suo sangue si diffondono nelle nostre membra. E così, secondo San Pietro, noi diventiamo partecipi della natura divina (2 Pt. 1, 4).
   Una volta Cristo disse, conversando con i Giudei: Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita (Gv. 6, 53). Ma essi non ascoltarono queste parole con l'orecchio dello spirito, e se ne andarono scandalizzati, pensando che il Signore li invitasse a un normale pasto.
    Già nell'Antico Testamento c'erano i pani di proposizione. : ora non vi è più posto per offrire questi pani dell'Antica Alleanza. Nella Nuova Alleanza, vi è un pane celeste un calice di salvezza (cf. Sal. 115, 4) che santificano lima e il corpo. Infatti come il pane si accorda col corpo, ;ì il Verbo si armonizza con l'anima.
    Non fissare dunque la tua attenzione sul pane e sul o come se si trattasse di essi soli, perché secondo l'affermazione del Maestro si tratta di corpo e di sangue.
   La
fede ti aiuti per ciò che la percezione dei sensi ti suggerisce. Non giudicare la realtà in base al gusto, al sapore, ma in base alla fede.
   Quanto tu hai imparato ti dà questa certezza: ciò che sembrava pane, pane non è, anche se ne possiede il sapore, ma
il corpo di Cristo; e ciò che ritenevi vino, vino non è, anche se tale dovesse sembrare al palato, ma il sangue di Cristo. Davide ha detto una volta in un salmo: ...ch'ei possa d'olio far nitido il volto; e il pane gli rinfranchi il cuore (Sal., 15). Rinfranca dunque il tuo cuore prendendo questo le spirituale e rendi nitido il volto della tua anima. E possa tu, a viso scoperto e con purezza di coscienza, rifletre come uno specchio la gloria del Signore.
                                                  Catechesi mistagogica, 1, 3-6, 9, PG 33, 1098-1102, 1103.






L'EUCARISTIA, di San Giustino




Il mosaico di Santa Sofia a Kyiv, XI secolo

L'EUCARISTIA
 
 San Giustino (m. 165)


  Originario di Palestina, Giustino fu una delle figure più note tra i cristiani del II secolo. 

A trent'anni, deluso dalle filosofie e soprattutto dallo stoicismo, aveva tuttavia scoperto con entusiasmo il pensiero di Platone e si era poi convertito al cristianesimo. Si mise con fervore alla scuola dei maestri-profeti e divenne un filosofo e un apologista di grande valore. Di mente molto aperta e di spirito leale, ammirava la verità ovunque si trovasse, anche in maniera solo parziale. Visse ad Efeso e per alcuni anni a Roma, dove tenne scuola per due volte e fu decapitato a Roma nel 165.




    Nessuno può prendere del cibo che noi chiamiamo Eucaristia, se non crede vero quel che noi insegniamo, se non è stato lavato col lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e se non vive come Cristo ha insegnato. Perché noi non prendiamo questo cibo come pane o come bevanda comune. Ma, come per la parola di Dio, Gesù Cristo, il nostro Salvatore, si è incarnato prendendo carne e sangue perla nostra salvezza, così pure il cibo fatto Eucaristia mediante la preghiera della sua parola - cibo del quale si nutrono per assimilazione il nostro sangue e la nostra carne - è secondo la nostra dottrina la carne e il sangue di quel medesimo Gesù ,incarnato. Gli apostoli, nelle memorie da loro lasciate che si chiamano «Vangeli», ci hanno tramandato così l'ordine che Gesù aveva dato: preso del pane e rese grazie, disse: «Fate questo in memoria di me; questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso H calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue». E li diede ad essi soli (cfr. Mt. 26,26-28; 1 Cor. 11,23-25).
     Da allora non ci stanchiamo di rinnovare tra noi la memoria di queste cose. Quelli che ne hanno la possibilità vengono in aiuto agli indigenti, e siamo sempre uniti gli uni agli altri. Per tutto quel che mangiamo, benediciamo il Creatore dell'universo per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo e dello Spirito Santo. Nel giorno detto del sole (cioè la domenica), tutti quelli che abitano nelle città o nella
campagna si radunano in uno stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli a le raccolte dei profeti, finché rimane tempo. Poi, quando il lettore ha terminato, colui che presiede prende la parola per richiamare l'attenzione su quegli splendidi insegnamenti ed esortare a tradurli in pratica. Quindi ci alziamo tutti insieme, e preghiamo ad alta voce. E, come s'è già detto, terminato di pregare, si porta pane, vino e acqua. Il presidente innalza allora a gran voce preghiere e azioni di grazie con l'ardore di cui è capace, e il popolo acclama, dicendo «Amen!». Segue la distribuzione e la partecipazione di ciascuna agli alimenti che sono stati resi Eucaristia; a quelli che non sono presenti vengono inviati per mezzo dei diaconi. Quelli che possiedono beni e che hanno buona volontà, danno liberamente, ciascuno secondo quel che ha stabilito: quello che viene così raccolto è rimessa al presidente, e questi viene incontro  agli orfani e alle vedove, a quelli che per malattia a altra causa stanno male, ai prigionieri e ai forestieri che sono di passaggio. In una parola, egli si prende cura di tutti quelli che sono in difficoltà. E' nel giorno del sole che noi celebriamo tutti insieme la nostra assemblea, perché è il prima giorno, quello in cui Dio, traendo dalle tenebre la materia, ha fatto il mondo, e perché in quella stesso giorno Gesù Cristo, il nastro Salvatore, è risorto dai morti.



 Prima Apologia, 66-67: PG 6, 427-431.

L'EUCARISTIA, PEGNO DELLA RISURREZIONE, di Sant'lreneo



 
Il mosaico dalla cattedrale di San Michele Arcangelo a Kyiv


L'EUCARISTIA, PEGNO DELLA RISURREZIONE
 Sant'lreneo 
 


   Sant'lreneo di Lione (seconda metà del II secolo), originario dell'Asia Minore, è il primo grande teologo dell'età patristica. Il suo pensiero, d'ispirazione profondamente biblica, è nello stesso tempo semplice, vigoroso e profondo.

   Se, ricevendo la parola di Dio, il calice riempito e il pane preparato diventano l'Eucaristia, cioè l'azione di grazie del sangue e del corpo di Cristo, e se da essi è arricchita e fortificata la sostanza della nostra carne, come possono affermare che la carne non è capace di ricevere il dono di Dio, che è la vita eterna? Essa infatti è nutrita del sangue e del corpo di Cristo ed è membro di Lui, come dice bene l'Apostolo nella lettera agli Efesini: Siamo membra del suo corpo, formati della sua carne e delle sue ossa (Ef. 5, 30). Non dice questo di un individuo spirituale e invisibile, poiché lo spirito non ha né ossa né carne (Le. 24, 39); ma parla dell'organismo autenticamente umano, formato di carne, di nervi e di ossa, l'organismo cioè che è nutrito dal calice del sangue di Cristo ed è fortificato dal pane del suo corpo.
   Il legno della vite, deposto in terra, dà frutto a suo tempo e il grano di frumento, caduto in terra (Gv. 12, 24), dopo essersi disfatto, risorge moltiplicato per opera dello Spirito di Dio che regge ogni cosa. Poi, in virtù della sapienza, il pane e il vino sono dati in uso all'uomo e, ricevendo la parola di Dio, diventano l'Eucaristia, che è il corpo e il sangue di Cristo. Allo stesso modo i nostri corpi, nutriti dall'Eucaristia, dopo essere stati deposti in terra ed essersi disfatti in essa, a suo tempo risorgeranno, quando il Verbo di Dio darà loro la Risurrezione per la gloria di 0;0 Padre (Fil. 2, 11). Egli darà l'immortalità a ciò che è mortale e - gratuitamente - renderà incorruttibile ciò che è corruttibile, perché la forza di Dio si manifesta nella debolezza (cfr. 2 Coro 12, 9).
    Nella consapevolezza della nostra condizione mortale, ci guarderemo dall'inorgoglirei e dall'innalzarci contro Dio con pensieri di ingratitudine, quasi ci dessimo la vita da noi stessi! Sapendo invece, per esperienza, che dalla sua grandezza e non dalla nostra natura abbiamo il dono di poter vivere per sempre, non negheremo a Dio la gloria che gli spetta e, nello stesso tempo, non ignoreremo la nostra natura. Conosceremo quale sia la potenza di Dio e quali benefici l'uomo riceva da lui. Non ci inganneremo sulla vera natura ed essenza di Dio e dell'uomo. Non ha forse Dio permesso - come abbiamo detto prima - la dissoluzione dei nostri corpi, perché, istruiti da ogni avvenimento, potessimo osservarli tutti con scrupolosa attenzione, non ignorando né Dio né noi stessi?...
    Come infatti l'uomo avrebbe potuto conoscere la sua natura inferma e mortale e, nello stesso tempo, l'immortalità e la potenza di Dio, se non sapesse per esperienza la diversità di entrambe le condizioni? Non c'è infatti niente di male nel conoscere - per fatica di esperienza - la propria infermità: mentre è un bene tanto maggiore avere una retta cognizione di quello che realmente siamo.




 Contra Haereses, Liber V, 2, 3; 3, 1 - Sources Chrétiennes, Le Cerf - Parigi 1969, 35-41.



lunedì 13 aprile 2020

ICONA UCRAINA: La Passione di Cristo (XVI sec.)



La Passsione di Cristo
icona ucraina del XVI secolo  
 (dalla chiesa dell'Ascensione del Signore del villaggio Bagnuvate, 
provicia di Turka, regione di Leopoli,
adesso nel Museo Nazionale di Leopoli)

domenica 12 aprile 2020

La cartolina festiva di Olena Kulchycka

Три історії про святкування Великодня, у які нам важко повірити ... 
La cartolina festiva di Olena Kulchycka

DOMINICA IN PALMIS DE PASSIONE DOMINI, OMELIA DI PAOLO VI

 

«DOMINICA IN PALMIS DE PASSIONE DOMINI»

OMELIA DI PAOLO VI
Domenica, 4 aprile 1971
 
   Parlo a Voi, Giovani, specialmente: mi ascoltate?
Supponiamo di fare un dialogo, un breve dialogo.
Perché siete qui, questa mattina? Perché siete stati invitati.
   E perché invitati? Perché è la Domenica delle Palme.
   E quale motivo offre la Domenica delle Palme per invitare i Giovani ad una Messa del Papa, celebrata per loro? Il motivo è dato dal fatto che oggi la Chiesa celebra la memoria d’un fatto evangelico, che ben conosciamo: l’entrata di Gesù in Gerusalemme, con una certa solennità, cavalcando un asinello, attorniato dai suoi discepoli, in mezzo ad una enorme folla di gente. Perché tanta gente? Perché era vicina la grande festa annuale del Popolo ebreo; e la gente veniva da tutta la nazione, da tutte le tribù, e si addensava nella città capitale, dove c’era il Tempio. Sapete come si chiamava questa festa? Si chiamava la Pasqua. E quale era il suo significato? Era un significato commemorativo; essa voleva ricordare - attenzione! - la liberazione del Popolo ebraico dalla schiavitù, in cui era vissuto per tanti anni, e da cui partiva per conquistare la patria; perciò la festa aveva anche un significato profetico; era una celebrazione che non guardava soltanto al passato, ma guardava anche al futuro; e che cosa aspettava dal futuro? Aspettava un Capo, una guida, un maestro; aspettava l’uomo della speranza; aspettava un Salvatore. Doveva essere un discendente di David, il re, che aveva dato consistenza civile, ma insieme coscienza della sua vocazione religiosa al Popolo ebraico. Aspettava il Messia. Messia voleva dire l’uomo consacrato da Dio, il Sacerdote, il Re, il Profeta, il «servo di Dio», il Figlio dell’uomo, colui insomma in cui si concentrava il senso, la salvezza, la grandezza, la vittoria della nazione e dell’intera umanità. La fantasia aveva giocato molto intorno al concetto di questa misteriosa figura, prodigiosa, strepitosa. Il fatto è, questa è la storia del Vangelo, che quando Gesù cominciò a predicare il «regno di Dio» e a fare miracoli si diffuse l’opinione prima, la certezza poi che Gesù fosse il Messia. E Gesù, che non aveva mai voluto circondarsi di gloria esteriore, volendo sempre proclamare un regno di Dio, non un regno terreno e politico, alla fine si presentò, umilmente, ma chiaramente a tutto il Popolo, come il vero Messia, e fu allora che, nonostante la sorda e fiera opposizione delle autorità giudaiche, fu acclamato per quello che era, il «Figlio di David», l’aspettato, il Messia, l’instauratore del nuovo regno di Dio, il Liberatore, il Salvatore. Voi sapete come andarono le cose: dopo cinque giorni Gesù fu arrestato, processato, crocifisso; ma al terzo giorno Egli risuscitò; e il nuovo regno, il cristianesimo, la Chiesa, la vita divina comunicata a chi crede, qui nel tempo, misteriosamente, e poi oltre il tempo, gloriosamente e eternamente, era inaugurata e fondata. 

I FANCIULLI ACCLAMANO IL MESSIA
Voi domanderete: che cosa ci entriamo noi giovani? Ebbene, prima di tutto, procuriamo di capire che si tratta d’un avvenimento centrale, decisivo, così straordinario che riguarda l’umanità intera, ci riguarda tutti, come individui e come società; tutti, e a fondo.
Poi, è da notare una circostanza singolare nell’avvenimento che ora commemoriamo; ed è questa. Tutta l’enorme folla acclamò Gesù, quel giorno, come Messia, tagliando rami dagli alberi, - ecco le palme -, per festeggiare Colui che veniva nel nome del Signore. E chi fece più chiasso? Chi inneggiò con voce più alta e con maggiore entusiasmo in quell’ora solenne? Furono i ragazzi; lo riconobbe lo stesso Gesù, citando un salmo, cioè dando così valore profetico alle voci dei fanciulli e prendendo la loro difesa verso coloro che li volevano far tacere (Cfr. Matth. 21, 15-16). Cioè la voce dei giovani ha una importanza sua propria nel riconoscimento di Gesù, come Messia, come Cristo, come Maestro e Salvatore del mondo.
Ed è per questa circostanza che giovani e ragazzi sono invitati ad intervenire alla cerimonia liturgica che ricorda quel fatto evangelico? Sì, ma con una intenzione non puramente cerimoniale e commemorativa; con un’intenzione speciale, propria per voi, giovani e ragazzi d’oggi. E cioè? Che voi facciate, come quelli della scena evangelica, la vostra scelta.
LA SCELTA
Quale scelta? Quella di Cristo. State a sentire. Voi Cristo lo avete già scelto. Voi siete già cristiani. Siete stati battezzati? Sì. Allora voi siete cristiani. Ma quali cristiani siete voi? Essere cristiani non è cosa da poco; vuol dire essere già inseriti nel dramma della salvezza; vuol dire avere già una concezione del mondo e della nostra esistenza, della storia passata e dei destini futuri; vuol dire avere già un programma impegnativo di vita, cioè credere, operare, sperare, amare. Ebbene, ripeto, quali cristiani siete voi? Non conta guardare a come si comportano tanti cristiani. Bisogna che ciascuno badi a sé, al proprio comportamento.
Vedete. Vi sono diversi comportamenti, fra i giovani, rispetto al proprio carattere cristiano. Facciamo subito una classifica sommaria? Ecco.
Vi è una prima categoria di cristiani, che spesso senza nemmeno pensarci, sceglie il comportamento «zero». Chiamiamo zero quel comportamento che non dà alcun peso, alcuna importanza al fatto d’essere cristiano. Cioè: è un comportamento nel quale il carattere cristiano non significa nulla. Nei Paesi di missione questo non avviene: un cristiano è cristiano, e sa di dover vivere in una certa maniera, con un certo stile, che lo distingue, che lo qualifica. Da noi invece avviene spesso che l’essere cristiano non significa nulla, zero. Anzi, spesso un cristiano è una contraddizione vivente, perché egli contraddice con la propria maniera di pensare e di vivere questa sua magnifica prerogativa: essere figlio di Dio, essere fratello di Cristo, essere come una lampada accesa in cui arde lo Spirito Santo, la grazia, essere membro della Chiesa, uomo che sa come vivere e che sa doveva. Un cristiano è un uomo logico, coerente, responsabile, libero e nello stesso tempo fedele. Non un uomo zero, indifferente, insignificante, incosciente, con la testa nel sacco. Siamo d’accordo?
ESSERE «PERSONE»
Vi è una seconda categoria ed è quella che il Vangelo chiama degli uomini «canna», delle canne agitate dal vento (Cfr. Matth. 11, 7). Canne che si piegano secondo il vento che tira. Uomini privi di personalità propria, di quella dirittura cristiana, che dicevamo; uomini disponibili alle idee altrui, pronti a curvarsi al dominio dell’opinione pubblica, della moda, dell’interesse; uomini della paura, uomini del rispetto umano, uomini-pecore. Purtroppo questo è un fenomeno diffuso nella gioventù; e si spiega: vuol mostrarsi forte e indipendente verso l’ambiente che conosce, la famiglia, la società; ne vede i difetti, ne sente il giogo, e cerca di liberarsi, di affrancarsi, diventa contestatrice, rivoluzionaria, se occorre; ma poi, dove va? S’intruppa con chi conduce il gioco e fa la moda, diventa numero mediocre, senza proprio valore e significato, si contenta di surrogati, di fantasmi, di falsi eroismi. Forse ne conoscete anche voi di giovani sbandati, e piegati come «canne» al vento?
Ma viene il momento in cui bisogna essere «persone», cioè uomini che vivono secondo dati principi. Secondo idee-cardini. Secondo idee-luce. Secondo idee-forza. Uomini che hanno fatto la loro scelta, e secondo questa scelta, camminano e vivono. È questa la vera categoria degna della gioventù intelligente e cristiana. La vostra, carissimi figli ed amici.
Sentite: si può vivere senza principi? La domanda può presentarsi così: si può camminare al buio? E quanta gente cammina al buio! Voglio credere che voi siate tanto intelligenti da comprendere, d’intuito, che la nostra vita è piena di oscurità, di dubbi, di misteri. Essa è più simile ad una notte che ad un giorno; si intravedono tante cose, tantissime bellissime cose; ma è proprio ciò che noi conosciamo, anche con lo studio, con la scienza, con la pratica, che ci dà l’impressione, l’esperienza d’essere in un mondo notturno, dubbioso, ignoto, segreto, muto, e forse nemico, forse vano, forse privo di senso. Ebbene: occorre una luce. Una luce per la vita. La luce vera. Chi ha detto: «Io sono la luce del mondo»? (Cfr. Io. 8, 12; 12, 16; e 1, 5, 9, 13, 19; ecc.) È Gesù, che al momento del suo ingresso in Gerusalemme fu pubblicamente riconosciuto come il Cristo, cioè come Messia. Quel Messia, che la gioventù e la fanciullezza là presenti acclamarono come il vero Profeta della storia, come l’Inviato da Dio, come il Pastore del genere umano, come il Maestro unico e buono delle somme verità, come il Fondatore del regno dei cieli, come il Salvatore del mondo. 

LA VERA GUIDA SPIRITUALE DELLA VITA
Avete compreso?
Ebbene due conclusioni allora. Anche voi, giovani e ragazzi e ragazze qui presenti dovete riconoscere in Gesù Cristo la vera guida spirituale della vostra vita. Noi diremmo oggi il «leader» morale del nostro tempo. Levate dunque le vostre palme, i vostri rami di pacifico olivo verso di Lui, e inneggiate a Lui: Osanna! Evviva! La nostra scelta è per Te, Cristo Gesù!
E poi, altra conclusione, ricordatevi che tocca a voi, figli di questa nuova generazione, a fare riconoscere intorno a voi, al nostro mondo moderno, tanto bisognoso e meritevole di vera luce, alla nostra stessa Roma, il suo vero Cristo, il suo Messia, Gesù! Tocca a voi, giovani d’oggi, rinnovare il prodigio messianico, iniziato dalla Gioventù cattolica di ieri e a svilupparlo oggi; e cioè il passaggio da un cristianesimo consuetudinario e passivo ad un cristianesimo cosciente ed attivo; il passaggio da un cristianesimo timido ed inetto ad un cristianesimo coraggioso e militante; da un cristianesimo individuale e disgregato ad un cristianesimo comunitario ed associato; da un cristianesimo indifferente ed insensibile alle altrui necessità ed ai doveri sociali ad un cristianesimo fraterno ed impegnato a favore dei più deboli e dei più bisognosi. Coraggio! Tocca a voi! Con la Nostra affettuosa Benedizione Apostolica. 

 http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1971/documents/hf_p-vi_hom_19710404.html

venerdì 10 aprile 2020

Atanasio, La rivelazione della salvezza del mondo attraverso la croce






La rivelazione della salvezza del mondo attraverso la croce



   I pagani ci calunniano e ci scherniscono, ridendo sguaiatamente di noi, senza aver nient'altro da rimproverarci che la croce del Cristo.
Ed è soprattutto questa loro incoscienza che suscita pietà: essi calunniano la croce, senza rendersi conto che la sua potenza ha riempito la terra intera e che, grazie ad essa, si son resi manifesti a chiunque i frutti della conoscenza di Dio. Se anche i pagani, infatti, si sforzassero di rivolgere sinceramente il loro spirito alla sua divinità, non si prenderebbero gioco d'un evento così importante, ma, piuttosto, riconoscerebbero essi stessi il salvatore dell'universo e si accorgerebbero che la sua croce non ha rappresentato la rovina, bensì la guarigione di tutto il creato.
   Giacché se è vero che la croce, una volta innalzata, ha fatto sparire ogni forma d'idolatria e che, in virtù di questo simbolo, sono state fugate tutte le apparizioni dei demoni ed il Cristo solo, che ci fa conoscere il Padre, vien fatto oggetto d'adorazione; se è vero che i suoi oppositori son coperti di confusione e che ogni giorno egli converte a sé misteriosamente le loro anime, come può accadere - si potrebbe, a buon diritto, loro obiettare - come può accadere che costoro continuino a ritenerlo un fatto puramente umano e non confessino, invece, che colui che è salito sulla croce è il Verbo di Dio e il Salvatore del mondo? L'atteggiamento di questa gente presenta aspetti simili a quello di colui che parlasse male del sole quando vien nascosto dalle nuvole, ma ne ammirasse la luce nel costatare come essa rischiara tutto il creato.
La luce è bella; più bello ancora, tuttavia, è il sole, autore ed origine della luce. Non diversamente, se costituisce un evento divino che la terra intera sia riempita della conoscenza di Dio, è allora necessario che l'autore e l'ordinatore di un tale capolavoro siano Dio e il Verbo di Dio.
Atanasio, Contro i pagani, 1




Gregorio di Nissa, Il significato misterioso della croce


      La miniatura del Salterio di Kyiv 1397

      Il significato misterioso della croce
 Gregorio di Nissa


    Che la croce nasconda un significato assai profondo, se ne sono accorti coloro che hanno conosciuto gli arcani misteri. La tradizione ci insegna questo: nel Vangelo ogni cosa è detta o fatta in funzione di una vita più elevata e divina, mentre in ogni occasione si manifesta chiaramente una mescolanza di umanità e divinità, giacché, la voce e l'azione pratica appartengono alla sfera umana, mentre il significato recondito inerisce alla dimensione divina; ora, stando così le cose, non sarebbe giusto soffermarsi unicamente su di un aspetto, trascurando l'altro, ma occorre, invece, considerare l'elemento mortale in quello immortale, esaminando accuratamente, peraltro,, anche la componente più propriamente divina presente nell'uomo. E proprio della sostanza divina, infatti, permeare di sé, ogni cosa, raggiungendo, in ogni direzione, tutto ciò che esiste... Del che siam resi edotti proprio in virtù della croce: questa, infatti, è divisa in quattro parti, in maniera che, a partire dal suo punto centrale, si contano quattro bracci ad esso congiunti; ora, colui che fu disteso sulla croce perché, ci facesse dono della sua morte, nell'attirare a sé e nel plasmare tutte le cose, le unifica, nonostante le loro diverse nature, nel segno di un accordo e di un'armonia universali. Ogni cosa, infatti, può esser considerata nella sua parte superiore come in quella inferiore come anche da un punto di vista trasversale. Se, dunque, ti soffermi a riflettere sulla struttura del cielo o su quella della terra ovvero su ciò che entrambe le trascende il tuo pensiero s'incontrerà ogni volta con la divinità, l'unica ad esser contemplata in tutto ciò che esiste ed a contenere, nella sua essenza, ogni cosa. Se, poi, questa divinità debba esser chiamata natura o ragione o virtù e potenza o sapienza o con qualcun'altra di queste sublimi definizioni che possa mostrare con maggior eloquenza le qualità di colui che è sommo ed eminentissimo, la nostra fede non suscita alcun problema a, questo riguardo, né per l'espressione né per il nome né per il significato dei termini. Giacché, allora, l'intera creazione guarda a lui, dispiegandoglisi intorno, e, in virtù del suo tramite, perviene alla propria intrinseca unità, mentre ciò che si trova al di sopra si salda con ciò che sta al di sotto e le cose che si trovano di traverso si congiungono, grazie a lui, le une con le altre; stando così le cose, dicevo, occorreva che noi non fossimo indotti soltanto per sentito dire alla considerazione della divinità, ma che la nostra stessa vista divenisse maestra di più sublimi pensieri. In seguito ad un'esperienza del genere, il grande Paolo si senti spinto ad istruire nei misteri la comunità di Efeso, conferendo ad essa, attraverso la propria dottrina, la capacità di conoscere che cosa siano la profondità, la larghezza, la lunghezza e l'altezza (cf. Ef. 3, 18). Ebbene, l'Apostolo, così facendo, chiama con il nome che lo compete ciascuno dei bracci della croce. L'altezza, infatti, è la parte che va al di sopra; la profondità, quella che si protende verso il basso, per larghezza e lunghezza, infine, son da intendersi i bracci trasversali. Altrove, rivolgendosi ai Filippesi, Paolo rende conto con maggior chiarezza, credo, di questo significato, allorché dice: Nel nome di Gesù Cristo ogni ginocchio si pieghi, nel cielo, sulla terra e negli inferi (Fil. 2, 10). Qui egli comprende sotto un'unica denominazione il braccio trasversale, dal momento che considera terrestre tutto ciò che si trova fra il cielo e gl'inferi.

Gregorio di Nissa, Grande Catechesi. 32, 2

Giovanni Crisostomo, La croce, nostra gloria e nostra forza

 La Passione del Signore, icona ucraina del XVI secolo, 
dalla chiesa della Dormizione della Vergine del villaggio Bila, regione Ivano-Frankivsk  




La croce, nostra gloria e nostra forza
Giovanni Crisostomo



   Nessuno, dunque, si vergogni dei segni sacri e venerabili della nostra salvezza, della croce che è la somma e il vertice dei nostri beni, per la quale noi viviamo e siamo ciò che siamo. Portiamo ovunque la croce di Cristo, come una corona. Tutto ciò che ci riguarda si compie e si consuma attraverso di essa. Quando noi dobbiamo essere rigenerati dal battesimo, la croce è presente; se ci alimentiamo di quel mistico cibo che è il corpo di Cristo, se ci vengono imposte le mani per essere consacrati ministri del Signore, e qualsiasi altra cosa facciamo, sempre e ovunque ci sta accanto e ci assiste questo simbolo di vittoria. Di qui il fervore con cui noi lo conserviamo nelle nostre case, lo dipingiamo sulle nostre pareti, lo incidiamo sulle porte, lo imprimiamo sulla nostra fronte e nella nostra mente, lo portiamo sempre nel cuore. La croce è infatti il segno della nostra salvezza e della comune libertà del genere umano, è il segno della misericordia del Signore che per amor nostro si è lasciato condurre come pecora al macello (Is. 53,7; cf. Atti, 8, 32). Quando, dunque, ti fai questo segno, ricorda tutto il mistero della croce e spegni in te l'ira e tutte le altre passioni. E ancora, quando ti segni in fronte, riempiti di grande ardimento e rida' alla tua anima la sua libertà. Conosci bene infatti quali sono i mezzi che ci procurano la libertà. Anche Paolo per elevarci alla libertà che ci conviene ricorda la croce e il sangue del Signore: A caro prezzo siete stati comprati. Non fatevi schiavi degli uomini (1 Cor. 7, 23). Considerate, egli sembra dire, quale prezzo è stato pagato per il vostro riscatto e non sarete più schiavi di nessun uomo; e chiama la croce "prezzo" del riscatto.
   Non devi quindi tracciare semplicemente il segno della croce con la punta delle dita, ma prima devi inciderlo nel tuo cuore con fede ardente. Se lo imprimerai in questo modo sulla tua fronte, nessuno dei demoni impuri potrà restare accanto a te, in quanto vedrà l'arma con cui è stato ferito, la spada da cui ha ricevuto il colpo mortale. Se la sola vista del luogo dove avviene l'esecuzione dei criminali fa fremere; d'orrore, immagina che cosa proveranno il diavolo e i suoi demoni vedendo l'arma con cui Cristo sgominò completamente il loro potere e tagliò la testa del dragone (cf. Ap. 12, 1 ss.; 20, 1 ss.).
     Non vergognarti, dunque, di così grande bene se non vuoi che anche Cristo si vergogni di te quando verrà nella sua gloria e il segno della croce apparirà più luminoso dei raggi stessi del sole. La croce avanzerà allora e il suo apparire sarà come una voce che difenderà la causa del Signore di fronte a tutti gli uomini e dimostrerà che nulla egli tralasciò di fare - di quanto era necessario da parte sua - per assicurare la nostra salvezza. Questo segno, sia ai tempi dei nostri padri come oggi, apre le porte che erano chiuse, neutralizza l'effetto mortale dei veleni, annulla il potere letale della cicuta, cura i morsi dei serpenti velenosi. Infatti, se questa croce ha dischiuso le porte dell'oltretomba, ha disteso nuovamente le volte del cielo, ha rinnovato l'ingresso del paradiso, ha distrutto il dominio del diavolo, c'è da stupirsi se essa ha anche vinto la forza dei veleni, delle belve e di altri simili mortali pericoli?
    Imprimi, dunque, questo segno nel tuo cuore e abbraccia questa croce, cui dobbiamo la salvezza delle nostre anime. t la croce infatti che ha salvato e convertito tutto il mondo, ha bandito l'errore, ha ristabilito la verità, ha fatto della terra cielo, e degli uomini angeli. Grazie a lei i demoni hanno cessato di essere temibili e sono divenuti disprezzabili; la morte non è più morte, ma sonno.


                       Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di san Matteo, 54,4-5

domenica 29 marzo 2020

"Credo, aiuta la mia incredulità!" (Mc 9, 24)




 "Tutto è possibile per chi crede!" (Mc 9, 23)
   "Credo, aiuta la mia incredulità" (Mc 9, 24)



sabato 21 marzo 2020

ICONA UCRAINA: La Passione del Signore (XV-XVI sec.)



La Passione del Signore 
icona ucraina del XV-XVI secolo 

(del villaggio Ugerci, adesso nel Museo Nazionale di Leopoli) 







venerdì 20 marzo 2020

"Signore, fa' che io veda le mie colpe", Efrem il Siro

 

 

Risultato immagini per розп'яття ісуса христа ікона

 

Signore e Sovrano della mia vita,
non mi lasciare in balìa
dello spirito dell'ozio, della leggerezza,
della superbia e della loquacità.
Concedi invece al tuo servo
spirito di prudenza, di umiltà,
di pazienza e di carità.
Sì, Sovrano e Signore,
fa' che io veda le mie colpe
e non condanni il mio fratello,
poiché tu sei benedetto nei secoli dei secoli

Amen

(Efrem il Siro, Fa' che io veda le mie colpe) 


Quest'antica preghiera è recitata specialmente durante la Quaresima, ed esprime bene lo spirito di compunzione della pietà bizantina



L'icona ucraina del XVI secolo, Museo Storico di Sanok 




giovedì 21 novembre 2019

SAN MICHELE ARCANGELO
 ARCHISTRATEGA DELLE MILIZIE CELESTI
PATRONO DELL'UCRAINA

21 novembre


Mosaico della cattedrale di Santa Sofia a Kyiv che rappresenta l'Arcangelo Michele


     L'Arcangelo Michele è uno dei sette arcangeli indicato come archistratega (dal greco αρχιστρατηγός), il vincitore nella lotta contro il male, difensore della verità e della giustizia a lode e gloria di Dio e del Suo Santo Nome. Come è scritto nell'Apocalisse cap. 12, 7-9: "Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo".        Nell'Antico e Nuovo Testamento si descrive l'Arcangelo Michele ("Chi è come Dio?") come il Combattente contro Satana e i suoi servi (Gd 9; Ap 12, 7; Zc 13, 1-2), difensore di quelli che seguivano il Signore (Dn 10, 13; 10, 20-21), protettore del suo popolo (Dn 12, 1: "il grand principe che vigila sui figli del tuo popolo"), il capo supremo dell'esercito celeste che difende i deboli e i perseguitati. I riferimenti sull'Arcangelo sono in Is 2,1; 9, 5; 63, 9. Nella tradizione veterotestamentaria San Michele è considerato come il principe degli angeli, il  protettore potente del popolo eletto, che assiste con la forza divina. San Michele è menzionato nel testo apocrifo del Vangelo di Nicodemo. Sull'Arcangelo Micaele c'è scritto anche nella Leggenda aurea.
    La venerazione per San Michele Arcangelo in Oriente risale al IV secolo. L'imperatore bizantino Costantino il Grande, che fu devoto al Sant'Arcangelo, edificò la cattedrale in onore di San Michele (il Micheleion) nella periferia di Costantinopoli. Nel battesimo della Rus' di Kyiv i teologi dell'epoca videro la vittoria della luce sull'oscurità, proprio come l'Arcangelo Michele sconfisse il potere del diavolo e lo scacciò dal Cielo. 
       Il culto micaelico si diffuse nella Rus' di Kyiv, dove era considerato il santo patrono dei principi e patrono dell'antico stato Rus' di Kyiv e della sua capitale - Kyiv, e in seguito, il protettore nazionale dell'Ucraina. Alla fine dell'XI secolo era fondato un monastero di San Michele a Vydubyci che era uno dei santuari più famosi di Kyiv. Il nipote di Yaroslav il Saggio Svyatopolk portava il nome Michele nel battesimo e fece costruire nel 1108 la cattedrale di San Michele delle Cupole d'Oro, che divenne uno dei principali monumenti architettonici dell'alta parte di Kyiv (si trova vicino alla Cattedrale di Santa Sofia). Ovviamente, da allora, San Michele, il guardiano dei guerrieri, è stato considerato il santo patrono di Kyiv. 
    Un gran numero di chiese sono dedicate in onore dell'Arcangelo Michele in tutta Ucraina. Sono le due feste dell'Arcistratega San Michele nell'anno liturgico della Chiesa orientale: 19 settembre - "Ricordo del miracolo di Chonae" e 21 novembre - "Sant'Arcangelo Michele e le Forze Celesti".
     La devozione del popolo ucraino verso San Michele si evidenzia con le sue immagini su sigilli principeschi, stemmi, ondulazioni militari, nell'araldica ancestrale, nelle dediche delle chiese e nelle icone. L'immagine del santo Arcangelo veniva spesso usata sulle insegne cosacche. Nel XVII scolo il korogva (bandiera) con il nome dell'Arcangelo Michele era il simbolo più alto di tutto lo stato. L'immagine di Michele si trova sugli stemmi di Kyiv ed altre città ucraine: Vasylkiv, Gadyach, Kaniv, Tarashchy, Cherkasy, Chyhyryn. 
     L'immagine dell'arcangelo nelle antiche icone ucraina è profondamente simbolica, caratterizzata dallo schema e dagli elementi bizantini. Molto popolare nell'arte medievale ucraina divenne l'iconografia dell'arcangelo con le scene dei suoi atti. L'arcangelo si raffigurava spesso in posizione statica in abiti da dignitario di corte a figura intera che irradia la forza interiore. Il santo gueriero vestito in una tunica o in armatura militare con una lancia o una spada. Il viso è incorniciato da capelli ricci e ben incastonati che le ricadono sulle spalle. Secondo il canone bizantino, l'Arcangelo Michele è ritratto con una sfera trasparente nelle mani, un simbolo di lungimiranza dato all'Arcangelo da Dio.  
    Dal XVII secolo, con l'influenza dell'arte occidentale, maturano nuove varianti iconografiche, motivo per cui la bilancia divenne un altro attributo nelle mani dell'Arcangelo, perché al Giudizio Universale peserà le azioni buone e cattive delle persone (c.d. psicostasia (o psicostasi), la «pesatura delle anime» (gr. ψυχοστασία)). Questo motivo deriva dagli apocrifi veterotestamentari (in particolare Ascensione di Mosé). Un esempio di questa iconografia è l'icona dell'Arcangelo Michele alla porta della iconostasi di Zhovkva del 1697-1699 di Ivan Rutkovych.


San Michele Arcangelo, particolare del Deisis, villaggio Dalova, XIV secolo 
Museo Nazionale a Leopoli

Archistratega Michele con le scene degli atti, villaggio Storonna, XIV secolo
(Museo Nazionale a Leopoli)












 



San Michele, patrono di Kyiv


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