domenica 11 agosto 2019

Gli albori del folklore ucraino. Antecedenti e primi passi di un’etnografia alla ricerca delle comuni e antiche radici del popolo ucraino, di Tamara Mykhaylyak


Gli albori del folklore ucraino

Antecedenti e primi passi di un’etnografia alla ricerca delle comuni e antiche radici del popolo ucraino

Tamara Mykhaylyak

Università degli Studi di Napoli Federico II

Abstract. This article discusses the main stages that have marked the origin and the development of the various Anthropological disciplines in Ukraine. From the seventeen-century onwards, several texts containing the notes of the foreign travellers on the Ukrainian territories and their inhabitants started to be discovered. Furthermore, over the next two centuries, the Ukrainian lands became the focus of study not only for Ukrainian scholars, geographers and linguists, but also for poets and painters, who often enjoyed adding ethnographic nuances to their stories. A crucial contribution was also provided by different institutions, namely universities, scientific societies and amateur associations, for which the interest in the demo-ethno-anthropological disciplines became stronger and even more evident.
Keywords. ethnography, explorations, national identity, Ukraine, Lviv, Kharkiv, Kiev

Ci soffermiamo in questa sede su nascita e sviluppo di interessi e studi di natura folklorica rinvenibili in Ucraina fin dal XI secolo ma poi soprattutto dal Seicento alla prima metà dell’Ottocento. Tali studi costituiranno lo zoccolo duro dell’etnografia ucraina (narodoznavstvo [1]) che si affermerà dalla seconda metà del XIX secolo. In testi letterari, ma anche nei diari e nelle annotazioni fatte da viaggiatori spesso stranieri di epoca seicentesca si iniziano a trovare descrizioni dei territori ucraini e dei popoli visitati. Nei successivi due secoli studiosi prevalentemente ucraini di diverse provenienze scientifiche, soprattutto geografi e linguisti, ma anche poeti e pittori, percorsero le terre ucraine aggiungendo sovente ai resoconti di tali loro peregrinazioni sfumature etnografiche.
Un ulteriore e fondamentale contributo fu dato successivamente da alcune organizzazioni amatoriali, nelle quali si concretizzò e definì l’interesse per usanze e costumanze delle popolazioni ucraine. La progressiva acquisizione di notizie, documenti, materiali e reperti su tali realtà costituì la piattaforma, il punto da cui si mossero nell’Ottocento istituzioni scientifiche prevalentemente statali, quali università e altri centri di ricerca, intenzionate innanzitutto all’analisi e alla catalogazione di quanto fino ad allora raccolto nel tempo [Pavljuk 2006, 15-22].
Sfogliando le pagine di alcuni annali ucraini del XI – XIV secolo, come Cronaca degli anni passati [2] oppure Cronaca di Galizia e Volinia [3], possiamo già trovare diverse descrizioni della vita quotidiana e di usanze popolari. Nella Cronaca degli anni passati si riscontrano i primi accenni a gruppi che vivevano nella Rus’ di Kiev messi a confronto in rapporto a differenze riscontrate nei loro riti festivi. Nella cronaca su Galizia e Volinia vengono ricordate le popolazioni confinanti con la Russia: lituani, cechi, tedeschi e tatari; qui troviamo notizie sui loro usi e costumi, in particolare, per quel che riguarda l’abbigliamento.
Di fatto anche in Ucraina come altrove l’etnografia, prima di approdare nelle aule universitarie, si “formò” lungo polverose strade di campagna, con la descrizione di case contadine e mestieri agricoli, ascoltando e registrando fiabe e canti popolari.
Più specificamente tra XVII e XVIII secolo, il territorio ucraino venne visitato da alcuni diplomatici, molti commercianti e uomini d’affari stranieri che in loro appunti e diari fornirono non solo prime informazioni di natura geografica e storica dei luoghi visitati, ma fecero anche accenni più o meno densi a costumanze dei popoli incontrati.
Tra tali precoci e preziose testimonianze vi è il diario del diplomatico austriaco Erich Lassota, scritto tra il 1573 e il 1594, nel quale viene disegnato un quadro politico della vita di Zaporiz’ka Sič [4] e sono anche descritte alcune città ucraine come Kiev, Leopoli, Luz’k [Sičync’kyj 1991, 15-18].
L’ingegnere francese Guillaume Le Vasseur de Beauplan, raccoglierà a sua volta informazioni con le quali realizzare nel 1648 una prima mappa del territorio ucraino, dalla quale l’editore olandese Willem Hondius creerà un’incisione. Questo documento è integrato da una piccola illustrazione che raffigura un gruppo di persone in abiti tradizionali [Sičync’kyj 1991, 21-24].

Fig. 1. Una delle prime mappe raffiguranti le terre ucraine, realizzata nel 1648 dall’incisore olandese Willem Hondius, sulla base di una carta manoscritta disegnata dall’ingegnere francese Guillaume Le Vasseur de Beauplan.

Tra le testimonianze sulle terre e i popoli ucraini ne esiste anche una italiana: si tratta di una storia dei cosacchi, scritta dal cappellano bellunese Michele Bianchi, nato il 1° marzo 1603, conosciuto con lo pseudonimo di Alberto Vimina [Caccamo 1986, 235]. Per una serie di vicissitudini, questo religioso svolse, per conto della Repubblica Veneta, uffici di natura essenzialmente diplomatica intervenendo in una mediazione tra Polacchi e Cosacchi, recandosi presso il generale cosacco Bohdan Chmel'nyc’kyj [Mamczarz 1968]. Nel 1671 furono pubblicate postume a Venezia le sue memorie dal titolo Historia delle guerre civili in Polonia, dove sono riportate le vicende delle guerre polacche contro i Cosacchi succedutesi tra il 1648 e 1652. Dopo oltre due secoli, nel 1890, a Reggio Emilia, il professor Giuseppe Ferraro stamperà la relazione di Bianchi, con descrizioni della vita politica e quotidiana, del lavoro contadino e con osservazioni sull’esercizio del potere presso i cosacchi [Vimina 1890, 1-23]. In riferimento a queste notizie sui costumi dei cosacchi lo storico Domenico Caccamo scrive:
Figurano […] alcune veloci ma suggestive osservazioni: quella sul "ruvido senato che assiste al generale", dando vita a una primitiva democrazia che alterna le occupazioni agricole, la pratica delle armi e l'esercizio delle magistrature; o quella (in palese contraddizione) sulla dispotica autorità del generale nelle questioni di rilievo politico; o sulla duplice sua natura, l'una "sobria nell'amministrazione degli affari", l'altra "sepolta nell'ebrietà". Ed infine il ricordo personale dei pronti e piacevoli motti di spirito del Cosacco [Caccamo 1986, 263].
Un’altra figura straniera, che scrisse sugli ucraini, fu Johann Gottlieb Georgi, medico e naturalista di origine tedesca, che, nel 1770 (secondo altre fonti nel 1768) su invito della Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, arrivò in Russia per partecipare ad alcune spedizioni. Georgi fu inizialmente affiancato da Johan Peter Falk, un botanico e medico svedese. I due studiosi viaggiarono nel sud-est della Russia, regione del Volga, Urali meridionali, Siberia occidentale, Altaj, raccogliendo a margine dei loro compiti di naturalisti, un ricco materiale etnografico. Successivamente, nel 1772 Georgi intraprese un’altra esplorazione con un suo conterraneo, anch’egli botanico, Peter Simon Pallas. Negli anni a seguire Georgi compì ulteriori viaggi di ricerca in molte aree della Russia, approfondendo, anno dopo anno, il suo interesse per l’etnografia. Gli esiti di tutte queste ricerche saranno pubblicate nel libro Opisanie vsech obitajuščich v Rossijskom gosudarstve narodov, ich zitejskich obrjadov, obyknovenij, odezd, zilišč, upraznenij, zabav, veroispovedanij i drugich dostopamjatnostej (in italiano: La descrizione di tutti i popoli che abitano nello stato Russo, dei loro riti quotidiani, delle loro abitudini, del loro vestiario, delle loro abitazioni, dei loro esercizi, dei loro svaghi, delle loro credenze e di altre cose importanti) . L’opera, in quattro volumi, vide la luce nel 1799; vi troviamo la descrizione di ben ottanta popoli, il che fa di questo corposo lavoro un cospicuo quadro della Russia multietnica dell’epoca [Golovnev, Kisser 2015, 65]. Di fatto, si tratta della prima opera esplicitamente finalizzata alla descrizione etnografica delle genti che vivevano nell’impero russo. I volumi risultano inoltre impreziositi da numerose illustrazioni che raffigurano i rappresentanti di popoli di molte diverse regioni, ritratti con estrema precisione e cura dei particolari nei loro abiti tradizionali.
Nel quarto volume di tale opera un ampio spazio è dedicato alla Piccola Russia[5] e ai popoli che lì vivevano. L’autore, avendo attinto alle fonti storiche locali, fa una ricostruzione della vita dei cosacchi e delle più importanti battaglie che questi guerrieri combatterono nel corso degli anni contro il Regno polacco, nonché contro le invasioni dei tartari e dei turchi.
Oltre a notizie di natura storico-giuridica, Georgi estende le sue osservazioni a importanti aspetti di natura socioeconomica e culturale. Effettua una dettagliata descrizione dei ceti sociali di Malorossija e dei mestieri che esercitano i suoi abitanti; vi sono anche riferimenti all’organizzazione del commercio e dell’agricoltura. L’autore fa una panoramica sulla vita quotidiana di questa gente, sui modi di costruire le abitazioni, sulle tipologie degli abiti tradizionali, sulla specificità di cibi e bevande e sulle credenze religiose[6]. Troviamo anche notizie circa le fattezze fisiche e le caratteristiche “psicologiche” di uomini e donne. Di queste ultime Georgi ammira la bellezza, mettendone allo stesso tempo in risalto l’indole coraggiosa e decisa, ricordando come esse, al pari dei loro mariti e dei loro fratelli, travestendosi con abiti maschili, avessero combattuto contro il nemico difendendo città e fortezze [Georgi 1799, 345-346].
Come visto assieme a testimonianze scritte si diffondono parimenti “illustrazioni” sulle genti ucraine come, ad esempio, quelle di Jerzy Glogowski architetto, pittore ed etnografo polacco che, tra il 1834 e il 1836, realizza circa trecento acquarelli dedicati all’abbigliamento tradizionale ucraino [Krvavyč, Stel’maščuk 1988, 29]. Per realizzare tale lavoro, Glogowski gira, talvolta anche a piedi, in numerosi villaggi e cittadine della Galizia, realizzando centinaia di schizzi degli abiti maschili e femminili. L’autore documenta il vestiario di tutti i ceti sociali, dai borghesi agli artigiani, dai commercianti ai militari, anche se il suo soggetto preferito è quello contadino. Glogowski ritrae i contadini con grande dignità: anche se sono poveri e qualche volta scalzi i loro volti appaiono fieri. A onor del vero va detto che l’artista indulge sovente nel disegno, nel bozzetto manierato: siffatta “rosea” immagine del contesto rurale, che non era corrispondente alla dura vita della campagna, deriva anche dall’influenza della corrente romantica che si afferma nel campo delle arti visive europee tra il 1780 e il 1850.

Fig. 2.


Fig. 3.

Fig. 2 e 3. Acquerelli dell’architetto polacco Jerzy Glogowski, raffiguranti gli abitanti della Galizia. La prima immagine ritrae una contadina del villaggio Smil’nycja, i vistosi ricami dell’abito e del copricapo, indicano l’agiatezza e il benessere della donna, mentre la seconda mette in evidenza una grande sega appoggiata sulla spalla e un’ascia attaccata alla cintura, strumenti da lavoro di un tagliaboschi.

Alle genti di Galizia è dedicato un nutrito corpus di immagini, per le quali sono scelti appositi passepartout e sono aggiunte didascalie che indicano i luoghi e la data di esecuzione. Le persone quasi sempre sono raffigurate in piedi con in mano strumenti di lavoro come zappe, falci, asce, pale, rastrelli, cesti ed altri utensili domestici. Gli sfondi sono ora neutri, ora raffiguranti case, muretti, recinzioni, alberi e boschetti. Gli uomini quasi sempre indossano soprabiti di diversi colori e fogge, abbelliti da bottoni, cinture e fusciacche ornamentali. Le donne e le ragazze sono dipinte con le originali acconciature, oppure con vistosi fazzoletti in testa, bianchi e colorati, dai bordi ricamati e frangiati, legati nei modi più ingegnosi[7].
Le illustrazioni di Glogowski costituiscono, pur con i limiti evidenziati, un multiforme ventaglio etnografico dipinto a mano che si basa su una ricerca di campo e su una prolungata presenza sul terreno in molteplici contrade dell’Ucraina occidentale. L’autore, attraverso questi acquerelli, ci offre una dettagliata testimonianza dei modi in cui vestivano i differenti ceti popolari all’inizio del XIX secolo, quali tipologie di tessuti utilizzavano e quali decori impreziosivano gli abiti, il tutto sullo sfondo di ambientazioni che si richiamavano alla vita quotidiana. Conosciamo così i mestieri dell’epoca, gli strumenti del lavoro, le mercanzie vendute nei mercati, gli alimenti della cucina popolare. Attualmente una ricca collezione di codesti acquarelli è custodita presso la Biblioteca Scientifica Nazionale di Stefanyk nella città di Leopoli.
A partire dalla fine del Settecento fino alla metà dell’Ottocento, in Europa, il romanticismo influenzò non solo la letteratura, la musica, le arti figurative, ma più in generale iniziò a dettare le tendenze che avrebbero condizionato anche il viver comune e la scena politica. Furono gli anni che videro l’ascesa e la caduta di Napoleone, il determinarsi di imponenti rivolte sociali e il profondo mutare degli assetti politici di alcuni governi europei. Molti romantici erano convinti nazionalisti, fortemente impegnati nelle lotte per l’indipendenza del proprio paese. Come ricorda Francesco Fedele:
i popoli europei vennero a una convinta ribellione contro l’autocrazia e l’assolutismo. Il termine «riforma sociale» divenne una parola-chiave da un capo al altro dell’Europa. Stati di concezione unitaria a regime costituzionale sorsero – o tentarono di sorgere – nei Paesi Bassi, in Francia, in Polonia, in Ungheria, in Grecia, in Italia.
Rivolgimenti del genere punteggiarono come è noto la prima metà del secolo, l’età romantica, trasformando nell’arco di appena una generazione il paesaggio istituzionale e nazionale dell’Europa. L’idea stessa di «nazione» divenne un pilastro dell’epoca, come azione o come reazione [Fedele 1988, 39-40].
Anche l’Ucraina fu influenzata dal romanticismo europeo; il recupero dei valori etici e nazionali divenne il fulcro dell'impegno di molti intellettuali, tra questi il filologo Mychaylo Oleksandrovyč Maksymovyč, lo storico Mykola Ivanovyč Kostomarov e il poeta Taras Hryhorovyč Ševčenko[8]. In campo letterario ma pure teatrale si determinò una vena “etnografica” tipica non solo del romanticismo ucraino. Molti scrittori e poeti riscoprirono la cultura popolare nel corso di viaggi e soste in paesi e città dei più diversi luoghi della nazione ove raccolsero e trascrissero fiabe, proverbi, canti tradizionali, prendendo nota inoltre di riti e usanze locali.
Il progressivo accrescersi di tali descrizioni creerà le basi per il successivo sviluppo delle discipline demologiche. Per inciso ricordiamo che parallelamente pure in Russia vi furono molti esponenti delle arti e delle lettere che attinsero alla materia folklorica per le loro opere. Aleksandr Sergeevič Puškin, ad esempio, si dedicò alla trascrizione di canti popolari provenienti direttamente dalle proprietà terriere materne di Michajlovsk [Baldi, Mykhaylyak 2016, 45]. Va però detto che in Ucraina coloro che rivolsero il loro interesse alle tradizioni popolari non poterono farlo con la dovuta libertà, ma subendo, all’opposto un controllo della Russia zarista che osteggiava lingua ed editoria ucraina[9].
Nonostante tali difficoltà le ricerche mai si arrestarono. Alle raccolte di materiale folklorico ancora caratterizzate da una sorta di inevitabile “fai da te” e da mancanza di criteri che normassero e approfondissero le metodiche di osservazione e raccolta dei dati, si andò progressivamente sostituendo un approccio per così dire più strutturato, e la focalizzazione delle ricerche su tematiche precise, anticamera delle monografie etnografiche.
In questa prospettiva, tra i precursori dell’etnografia ucraina ricordiamo Hryhorij Kalynovs’kyj, sottufficiale dell’esercito russo che nel 1777 pubblicò a San Pietroburgo Opisanie svadebnych ukrainskich prostonarodnych obrjadov, v Maloj Rossii i v Slobodskoj Ukrainskoj gubernii, takoz v Velikorossijskich slobodach, naselennych malorossianami upotrebljaemych (in italiano: La descrizione dei riti matrimoniali popolari ucraini nella Piccola Russia e Governatorato di Sloboda ucraina, anche nelle altre sloboda russe, popolati dai Malorossi). L’opera venne stampata in un periodo storico, come detto, molto travagliato: nel 1775 Zaporizs’ka Sič, il territorio, posto sulla riva destra del fiume Dnipro, fu annesso alla Russia mentre l’Austria si appropriò delle terre occidentali dell’Ucraina. Nonostante questa difficile e complessa situazione, durante il regno di Caterina II, per un breve periodo, la censura diventò più tollerante e permise la pubblicazione di alcuni testi concernenti la cultura popolare. Il lavoro di Kalynovs’kyj, ristampato negli anni successivi più volte, è considerato una monografia basilare e caratteristica della ricerca etnografica in cui vengono descritte con dovizia di particolari le pratiche matrimoniali ucraine nelle loro multiformi varianti. L’autore, in veste di etnografo ante litteram dimostra infatti ottime doti di attento osservatore collegando il rito matrimoniale alle sue simbologie, al costume festivo, alle libagioni. Alla fine del testo è presente un riepilogo dei costi necessari per un matrimonio contadino: le voci sono divise tra le spese spettanti alla sposa, pari a diciassette rubli e quarantuno kopejki, e allo sposo, leggermente più basse, sedici rubli e settantanove [Kalynovs’kyj 1777, 1-25].
Un’altra figura di spicco nella storia dell’etnografia ucraina è quella di Adam Čarnozkij, conosciuto con lo pseudonimo di Zorian Dolenga-Chodakovs’kyj, considerato uno dei fondatori della demologia ucraina. A conferirgli tale merito furono poeti e scrittori del calibro di A. S. Puškin, M. V. Gogol’, M. M. Karamzin, che videro in lui non uno dei tanti autodidatti più o meno eccentrici, appassionati di tradizioni popolari, ma uno studioso erudito, profondo conoscitore delle antichità slave e delle tradizioni popolari.
Adam Čarnozkij nacque nel 1784 in una famiglia nobile polacca. Il padre, a causa di ristrettezze economiche, condusse il figlio presso parenti agiati per garantirgli una adeguata istruzione. Sin da ragazzo si appassionò alla storia e alla cultura popolare. Dopo aver finito il ginnasio nel 1801, proseguì gli studi in ambito giuridico, iniziò a lavorare come aiutante presso il conte Neselovskij, governatore di Navahrudak, città bielorussa che all’epoca dei fatti apparteneva all’impero russo. Nonostante il suo principale impiego, non abbandonò la sua passione per le tradizioni popolari analizzate in una prospettiva diacronica e sincronica. Compulsò testi antichi e manoscritti custoditi in archivi locali annotando sistematicamente, in appositi taccuini, argomenti e notizie di interesse folklorico. Nel 1808 fu arrestato con l’accusa di voler disertare l’esercito russo, spogliato in seguito del suo titolo nobiliare, degradato e spedito al confino a Omsk come semplice soldato. Dai suoi diari veniamo a sapere che nonostante il lungo e difficoltoso viaggio attraverso le immense terre siberiane a cui dovette forzosamente sottoporsi per raggiungere Omsk, fece di tale “restrittiva” esperienza l’occasione per conoscere i popoli che potette incontrare lungo il suo cammino. Prese appunti sulla loro vita quotidiana e sui riti a cui riuscì ad assistere, descrivendo pure l’ambiente naturale, annotando i nomi locali di piante e alberi. Al termine della permanenza a Omsk, quando il suo reggimento levò le tende, si trasferì clandestinamente in Polonia e fu dato per disperso dalle autorità militari. Da quel momento in poi visse sotto falsa identità facendosi chiamare Dolenga-Chodakovs’kyj Temendo di essere scoperto e consegnato alle autorità russe, fece molti mestieri e cambiò spesso indirizzo di casa. Nonostante queste vicende travagliate, ma grazie anche a questa “obbligata” mobilità il periodo di clandestinità risultò come il più florido per Dolenga-Chodakovs’kyj. Allo studio delle tradizioni popolari affiancò un interesse per le loro remote origini da cui trasse pure informazioni utili a una ricostruzione della storia dei paesi slavi. L’approccio etnografico si avvalse dunque di una prospettiva storica ma parimenti linguistica: ne è un esempio la sua attenzione alla toponomastica e alla riscoperta degli antichi nomi di fiumi, città e villaggi [Prijma 1951, 72-73]. In tal senso egli rivendica all’Ucraina l’origine medesima del termine “Russia” assai diffuso quale radice o etimo dei nomi di luoghi e corsi d’acqua: «he cited the fact that the Slavs called many rivers and mountain as rusy (blond)» [Malykhina et al. 2017, 25].
Nel corso di suoi viaggi compiuti tra il 1817 e il 1819 nei territori dell’Ucraina occidentale Dolenga-Chodakovs’kyj attuò a pieno tale sua prospettiva “integrata” e “multidisciplinare” dove a sostenere il suo sguardo rivolto a presente e passato concorrevano un’etnografia attenta alla descrizione di quanto rilevato sul terreno hic et nunc e un’archeologia che gli tornò utile per lo studio, ad esempio, dei kurgan[10] di Galizia, Volyn’ e Podillja. Le sue esplorazioni si alternarono a una conseguente saggistica: nel 1818 uscì il suo primo lavoro, in polacco, dal titolo Sugli slavi prima del cristianesimo, l’anno seguente nella rivista russa Vestnik Evropy (Notiziario dell’Europa) fu pubblicato l’articolo Le ricerche sulla storia russa. In questi scritti l’autore sottolineò e nei fatti dimostrò quanto le fonti orali e i dati raccolti sul campo, dalla viva voce delle persone interpellate e ascoltate, fossero altrettanto importanti per la ricerca storica quanto libri, annali e manoscritti.
Dolenga-Chodakovs’kyj divenne uno dei primi “promoter” e sostenitori della ricerca sul terreno, affermando che le tracce delle antichità slave si trovavano disseminate sul territorio, nei canti popolari, nelle case rurali, nei villaggi contadini[11].
Oltre a singoli entusiasti e appassionati studiosi di tradizioni popolari, a partire dall’inizio dell’Ottocento, città come Charkiv, Leopoli e Kiev divennero luoghi dove l’etnografia locale trovò terreno fertile per la sua crescita “istituzionale”.
Charkiv ove già nel 1805 era stata fondata un’università, divenne presto la capitale della cultura ucraina. L’ateneo iniziò a promuovere e organizzare attività di raccolta di materiale etnografico nelle varie regioni ucraine. Lo storico e geografo russo Gavriil Petrovič Uspenskij, a cui nel 1807 fu assegnata la cattedra di storia, durante una delle riunioni del consiglio accademico, ribadì ai suoi colleghi la necessità di avviare campagne di raccolta di oggetti antichi e di manufatti inerenti le culture tradizionali, redigendo a tal fine un questionario con le indicazioni per acquisire codesti reperti. Lo stesso professore, dopo anni di ricerche, nel 1811 pubblicherà Opyt povestvovanija o drevnostjach russkich (Esperienza di una narrazione sulle cose antiche russe), opera ristampata anche nel 1818, dove indaga sulla vita quotidiana della gente vissuta ai tempi della Russia antica. Nell’introduzione ribadisce lo scopo primario di questo suo lavoro, quello di raccontare il passato delle genti russe, mettendo in risalto la loro ricca e varia cultura.
Da sempre si intraprendono viaggi anche nei paesi più lontani, verso popoli di cui si conosce soltanto il nome, oppure non si sa proprio nulla, con lo scopo di acquisire e diffondere notizie circa i loro caratteri e le loro usanze. [...] Le opere di questo tipo si leggono con piacere. [...] Qui [...] vengono proposte descrizioni di altro genere, non si tratta di popoli ignoti e sconosciuti [...] ma vengono rappresentati caratteri, usanze e istituzioni dei nostri antenati comuni, [...] grazie ai quali oggi siamo rispettati e stimati da altri popoli stranieri [Uspenskij 1818, XI-XII].
Con il passare del tempo, l’università, seguendo l’usanza dell’epoca, istituì, presso la propria struttura, vari gabinetti, dove venivano custodite rarità archeologiche, collezioni etnografiche, costumi tradizionali. Tale patrimonio, in seguito, andò a far parte del Museo Universitario delle belle arti e cose antiche, istituito nel 1835.
Altri docenti universitari furono iniziatori di attività editoriali: dal 1816 al 1819 si stampò la rivista Ukrainskij vestnik (Il Notiziario ucraino) e, dal 1824 al 1825, Ukrainskij zurnal (La Rivista ucraina). In entrambi i periodici, oltre a una saggistica strictu sensu letteraria, si pubblicavano contributi di ambito folklorico e storico-etnografico.
Lo slavista Izmail Ivanovyč Sreznevskij è un’altra figura di spicco nell’università di Charkiv; egli diresse il Circolo dei amatori delle cose nazional-popolari ucraine. Tra i membri di questo sodalizio possiamo citare anche i poeti L.I. Borovykovskyj e A. L. Metlyns’kyj, gli storici M.I. Kostomarov, V. V. Passek e M. M. Sementovs’kyj. Il movimento nacque dalla spinta del romanticismo europeo, dal crescente sentimento nazionale ucraino e dalla voglia di conoscere e onorare i valori nazionali. I partecipanti vedevano il folklore come una fonte di ispirazione letteraria e a tal fine organizzavano spedizioni nelle varie regioni ucraine. I risultati della loro attività esplorativa furono pubblicati nel periodico Zaporozskaja Starina (Antichità di Zaporoz’e), in stampa dal 1833 al 1838, sotto forma di saggi, raccolte di fiabe, di poemi e canti di precipua marca contadina, i dati che serviranno per comprendere l’anima nazionale delle genti ucraine [Makarčuk 2004, 15-16]. Grazie all’operato del circolo, l’intellighenzia universitaria, ma soprattutto gli studenti, si appassionarono agli studi demologici. Questi primi lavori hanno posto le basi per un successivo incremento delle ricerche nell’ambito della cultura popolare, fornendo un prezioso materiale per la formazione scientifica delle future generazioni di studiosi qualificati.
A Kiev, dopo l’apertura dell’università nel 1834, crebbe l’interesse per lo studio delle tradizioni popolari. Lo storico ed etnografo Mychaylo Oleksandrovyč Maksymovyč, primo rettore di questo ateneo, negli anni della sua attività promosse molte iniziative che giovarono alla nascente disciplina etnografica. Dotato di personalità carismatica seppe influenzare la gioventù accademica tanto che diversi suoi alunni divennero folkloristi-etnografi e militanti politici attivi negli anni Quaranta e Cinquanta del XIX secolo [Tokarev 2015, 281].
Nell’ottobre del 1835, sempre a Kiev, nacque il Comitato temporaneo per la ricerca delle antichità passate, presieduto dal provveditore dell’università Georg Friedrich von Bradke. Facevano parte di questa istituzione Maksymovyč, appena citato, insieme ad altri professori e archeologi. Ruolo fondamentale fu assunto dal metropolita di Kiev Evgenij, al secolo Evfimij Oleksijovyč Bolchovitinov, che finanziò campagne di scavi archeologici in diversi punti della città. Nello stesso anno, il comitato approvò la decisione di aprire, presso l’università, un primo Museo delle Antichità di Kiev. Tutti reperti, rinvenuti durante gli scavi nel centro storico, confluirono in questa struttura e l’archeologo K. Lochvyc’kyj ne divenne il direttore. Dopo circa dieci anni, nel 1845, il comitato fu inglobato nella Commissione temporanea per la valutazione dei manoscritti antichi. Successivamente, l’interesse verso l’etnografia fu sostenuto da studiosi e scrittori come M. I. Kostomarov, P. O. Kuliš, O. V. Markovyč, ma soprattutto T. H. Ševčenko, poeta, conoscitore delle tradizioni popolari e fervente patriota ucraino. Molti di loro esplorarono le terre ucraine, ascoltando i canti tradizionali, osservando la quotidianità della gente semplice. Tutto ciò troverà riverbero in opere letterarie che elogiavano la cultura e il passato eroico del popolo ucraino.
Anche nell’Ucraina occidentale nacquero organizzazioni che sostenevano e promovevano la cultura popolare. A differenza di Charkiv e Kiev, che erano sotto il dominio russo, Leopoli nel 1772, dopo la spartizione della Polonia, passò nelle mani dell’Impero asburgico, diventando la capitale del Regno di Galizia e Lodomiria. Il governo di Vienna introdusse significative riforme nella burocrazia locale, riorganizzò gli spazi urbani, costruì nuovi quartieri, ma soprattutto elevò la vita culturale della città: furono edificati due teatri, fu riformata l’università e fu aperto un politecnico.
L’onda lunga di questi cambiamenti fece di Leopoli un importante salotto intellettuale, dove nacquero organizzazioni letterarie, sodalizi musicali, case editrici, stamperie e biblioteche. Dai primi decenni dell’Ottocento, i rappresentanti dell’élite culturale locale o comunque di una nobiltà o di un ceto imprenditoriale benestante, ma anche di esponenti del clero, si mostrarono attratti dal mondo contadino e popolare. Nel dettaglio, significativa traccia nella vita culturale ucraina di quell’epoca fu lasciata dal circolo letterario Russ’ka trijcja (Trinità Russa), fondato dal poeta Markijan Semenovyč Šaškevyč, dal linguista ed etnografo Jakiv Fedorovyč Golovac’kij e dal folklorista Ivan Mykolayovyč Vagylevyč [Steblij 2012, 395]. A partire dagli anni Venti del XIX secolo, i rappresentanti di questo circolo divennero i promotori di ricerche demologiche condotte nelle terre dell’Ucraina occidentale. Facevano parte di Russ’ka trijcja, oltre ai suoi fondatori, una ventina di persone tra cui anche giovani studenti e seminaristi. I leader di Russ’ka trijcja trattenevano una regolare corrispondenza con gli esponenti del movimento nazionale polacco, con lo scrittore e principale ideologo del panslavismo[12] Jan Kollar, cofondatore della slavistica scientifica Pavel Josef Šafařik, ma anche con molti altri attivisti politici, ucraini e slavi. Assolutamente doveroso per gli associati era diffondere la lingua ucraina, visitare villaggi e regioni rurali, facendo propaganda tra i contadini per la lotta ai loro diritti. In occasione di questi numerosi spostamenti, parlando con la gente, non si mancava di effettuare annotazioni sul folklore locale. I fondatori del sodalizio ritenevano che la nascita di una nuova letteratura ucraina fosse possibile attraverso la conoscenza del proprio popolo e delle sue tradizioni.
Nel 1834, il circolo tentò di varare una nuova rivista letteraria Zorja (Stella), dove poter pubblicare assieme canti popolari raccolti dalla viva voce dei loro esecutori di estrazione contadina e opere ideate e firmate dai suoi associati. La censura bloccò l’uscita della rivista e Russ’ka trijcja finì sotto il controllo della polizia. Nonostante tale divieto, l’associazione, dopo qualche anno, preparò per la stampa un altro almanacco letterario Rusalka Dnistrovaja (L’Ondina del Dnestr), che come quello precedente ospitava produzioni popolari e colte, canti, poesie e saggi storici in lingua ucraina. Considerati i persistenti impedimenti riscontrati a Leopoli, Šaškevyč, nel 1837, insieme ai suoi compagni, riuscì a stampare questo almanacco a Buda, l’attuale Budapest [Steblij, 2012, 370]. Da qui un migliaio di copie fu introdotto in Ucraina ma la sua diffusione venne di nuovo impedita dalle autorità. Solo un paio di centinaia di copie sfuggì alla confisca, raggiungendo i lettori.


Fig. 4. La copertina dell’almanacco Rusalka Dnistrovaja (L’Ondina del Dnestr), l’opera ebbe una grande influenza sul rinascimento della letteratura ucraina e del movimento culturale nella Galizia.
L’almanacco si apriva con un elogio alla lingua ucraina ripartendosi poi in quattro sezioni. La prima era dedicata al folklore con una ricca raccolta di canzoni popolari divise per tematiche, preceduta dall’introduzione di Vagylevyč, che rifletteva sulle diverse tipologie di duma [13]: delle maschili sottolineava il tono energico, forte e vitale mentre di quelle femminili metteva in evidenza la natura melodica, di volta in volta sentimentale, passionale, malinconica.
La seconda sezione ospitava le opere letterarie degli associati; la terza proponeva invece alcuni canti tradizionali serbi e un frammento di una cronaca ceca tradotto in lingua ucraina. L’ultima eradestinata a contributi di natura storica e folklorica, nello specifico ricerche sui manoscritti del monastero di S. Onofrio a Leopoli e una recensione sull’opera etnografica di J. Lozyns’kyj, Ruskoe vesile (Il Matrimonio russo), uno dei primi lavori dedicati alla descrizione del matrimonio nell’Ucraina occidentale [Lozyns’kyj 1835, 1-153]. L’almanacco fu un evento in qualche modo rivoluzionario per la letteratura ucraina, soprattutto perché dava ampio spazio alla lingua popolare divenendo un manifesto del rinascimento culturale della Galizia.
Nello stesso periodo in cui Rusalka Dnistrovaja fu data alle stampe, Šaškevyč lasciò Leopoli e dopo qualche anno, nel 1843, morì, provato anche dalle reiterate persecuzioni della polizia e dal progredire della tubercolosi. Anche le strade degli altri associati si separarono. Il circolo purtroppo ebbe vita breve, ma la meteora di Russ’ka trijcja, negli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo, dette linfa non indifferente al movimento nazionaldemocratico e culturale dell’Ucraina occidentale [Kyrčiv 2011, 14], linfa a sua volta tratta dalla materia folklorica, da una comune impronta antica e popolare.
Come già detto agirono proficuamente in questo quadro le attività svolte da università e circoli culturali, da associazioni e riviste letterarie che debiti spazi riservarono agli studi sulle tradizioni popolari quale espressione di un comune e antico cemento culturale. La demologia prese a incuriosire la gioventù progressista. Si scoprì “il potenziale pedagogico” del folklore, che incominciava ad essere visto come valido strumento per formare e consolidare un'identità nazionale e accendere uno spirito patriottico. La risposta a tutto ciò da parte dell’impero russo non si fece attendere. Al fine di stroncare una nuova e crescente ondata di sentimento nazionale, fu vietato a più riprese l'utilizzo della lingua ucraina negli ambiti istituzionali, nella stampa e persino nel teatro. Di contro il governo austriaco, a cui apparteneva la Galizia, si mostrò più tollerante verso il movimento nazionale ucraino: Leopoli potette così diventare la capitale dell’etnografia ucraina ai suoi albori.



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[1] Il termine narodoznavstvo (in ucraino народознавство) proviene dall’unione di due parole ucraine narod “popolo” e znaty “sapere”, e ha come oggetto di studio una determinata popolazione, le sue tradizioni, i costumi, i mestieri, la religione, gli aspetti storico-culturali e le peculiarità della vita quotidiana. In Ucraina, la parola narodoznavstvo veniva, spesso, scambiata con i termini “etnografia” e “etnologia” in quanto non esisteva una netta separazione tra questi due concetti. Anche nell’Europa slava, come sinonimi di “etnografia” e “etnologia”, vengono usati i seguenti termini: narodovedenie (in Russia), narodopis (in Slovacchia e Repubblica Ceca), ludoznawstwo (in Polonia).
[2] Viene anche chiamato Manoscritto Nestoriano o Cronaca di Nestore incentrato sulla storia della Rus' di Kiev, redatto a più mani intorno al 1116. L'opera rappresenta una fonte primaria di informazioni sul passato della Russia, della Bielorussia e dell'Ucraina, nel periodo medievale [Jaremenko 1990].
[3] Risale al XIII secolo, è ritenuta una delle più importanti testimonianze sulla storia del Principato di Galizia e Volinia. Gli autori della cronaca sono rimasti sconosciuti [Kotljar 2004, 37].
[4] Trattasi di un’organizzazione territoriale, politica, militare e sociale dei Cosacchi di Dnipro esistente dal Cinquecento. L’esercito cosacco, con la sua roccaforte Zaporiz’ka Sič, situata al di là delle rapide del fiume Dnipro, svolse inizialmente un rilevante ruolo militare nelle campagne della Polonia, contro Mosca e l’Impero ottomano. Quando la Polonia provò a porre sotto il suo controllo i cosacchi, essi reagirono con una serie di rivolte armate. La più grande insurrezione conto la nobiltà polacca e il clero cattolico fu guidata da Bohdan Chmel'nyc’kyj nel 1648-1649. Dopo alcune vittorie, i cosacchi riuscirono a creare una formazione politica indipendente ed imporre a gran parte dell’Ucraina una struttura militare della Sič [Ščerbak 2005, 270-275].
[5] All’epoca i territori dell’attuale Ucraina, che facevano parte della Russia, si chiamavano Piccola Russia (Malorossija). A tal proposito Kappeler scrive: «Già nell’accordo del 1654 lo zar si autodefiniva «Autocrate di tutta la Russia, Grande e Piccola» e definiva la «Piccola Russia» sua eredità paterna (votčina) e sudditi i suoi abitanti; il concetto di «Piccola Russia» (Malorossija), che proveniva dalla terminologia ecclesiastica bizantina, divenne poi la denominazione ufficiale russa dell’Ucraina» [Kappeler 2006, 61].
[6] Nel libro di Georgi, si possono trovare molte descrizioni minuziose e inaspettate sulla vita in Malorossija. Tra le attività e i mestieri esercitati, si viene a sapere che vicino a Kiev c’era un allevamento di bachi da seta e lavoratori specializzati per raccogliere gli insetti al fine di produrre le tinture per le stoffe. L’autore si sofferma anche su come gli ucraini trascorrevano il tempo libero, mettendone in risalto l’amore per la musica. A sua detta la bellezza dei loro canti è paragonabile a quella delle melodie italiane [Georgi 1799, 344- 345].
[7] Per le donne, specialmente quelle sposate, farsi vedere in giro con il capo scoperto era considerato gesto inappropriato; si credeva inoltre che tale disobbedienza avrebbe potuto essere motivo di scarsi raccolti o finanche causa di malattie e morte del bestiame. Nelle regioni ucraine esisteva una grande varietà di copricapi femminili, i più usati erano le chustki, foulard colorati di lana o seta, la namitka, un fazzoletto bianco adornato con ricami rossi, ma anche pivka, korablyk, očipok, obrus e tanti altri ancora [Voropaj 1991, 316-326].
[8] Ad esempio Kostomarov nei suoi lavori indagò sulle origini e sulla formazione dello stato russo, sostenendo anche l'indipendenza dell’Ucraina dall’impero zarista; a tal proposito scrisse un racconto satirico La rivolta dei animali (titolo originale Sko tskoj bunt, pubblicato postumo solo nel 1917), dove la rivolta degli animali di una fattoria contro il padrone rappresenta una metafora sull'oppressione russa in Ucraina. Kostomarov nell’opera Zakon Bozij - Knyga buttja ucrajins’koho narodu (La legge divina - Il libro della genesi del popolo ucraino, scritto tra 1845-1846) elogiò la vita spirituale del suo popolo: «ogni straniero, arrivando in Ucraina, rimane stupito dal fatto che in nessun altro paese del mondo si prega Dio così intensamente, che l’uomo ama assai profondamente sua moglie e che altrettanto profondamente figli amano i propri genitori» [Kostomarov 1991, 25].
A proposito della preghiera e dell’amore per la patria, nel 1847 il poeta Ševčenko in una delle sue poesie esclamò: «Amatevi, fratelli miei, amate l’Ucraina, e pregate Dio per il suo destino sventurato» [Ševčenko 2003, 549]. Per l’epoca le sue poesie erano rivoluzionarie, estremamente intense e profonde, arrivando dritto al cuore dei suoi compatrioti e accendendo l’anima per l’avvenire dell’Ucraina.
[9] Il Settecento fu epoca difficile per la letteratura ucraina. A seguito del divieto, da parte dell’impero russo, di pubblicare libri in ucraino, la letteratura si esprimeva, prevalentemente, nelle forme popolari della poesia orale e della satira: per paradosso questa condizione favorì però, almeno parzialmente, la ricerca demologica. Nel secolo successivo si assistette ad altalenanti tentativi, da parte soprattutto di poeti e scrittori, di “sdoganare” e far rinascere l'ucraino conferendo a esso lo statuto di lingua ufficiale.
[10] Tumulo sepolcrale delle steppe ucraine e russe. Con la denominazione “cultura dei kurgan” è stato proposto di indicare l'insieme di culture preistoriche e protostoriche dell'Eurasia, che usavano seppellire i morti di alto rango in tumuli funerari, edificati a partire dal 4000 a.C. circa, e particolarmente nell'Età del Bronzo.
[11] Grande fu la sua passione per le fonti orali; fino al 1819 si stima che egli avesse trascritto la ragguardevole cifra di circa duemila canzoni popolari.
[12] Il Panslavismo è un movimento culturale diffusosi in Europa in seguito al romanticismo e alle guerre napoleoniche, che affermava l’esistenza di una comune identità nazionale dei popoli slavi. Nacque nella prima metà dell’Ottocento, nell’Impero asburgico, tra le élite intellettuali slave. Inducendo e sollecitando i popoli slavi a prendere coscienza delle proprie comuni radici, mirava a creare nell'Oriente europeo, un unico Stato nazionale.
[13] La duma è un canto popolare epico ucraino, che nacque durante le guerre dei cosacchi contro le invasioni turche e le oppressioni polacche; viene accompagnato da strumenti a corda come kobza e bandura [Hryza 2006, 669].





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Fonte:  http://rivisteclueb.it/riviste/index.php/etnoantropologia/article/view/278/442#d5e35







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